L'ipocrisia dei "Siamo tutti Anna" (che lo dimenticano presto)

L’ipocrisia dei “Siamo tutti Anna” (che lo dimenticano presto)


Lasciata fluire l’ondata dell’indignazione, ora Anna Frank potrà tornare sui banchi di scuola. L’Italia, mentre le (pseudo e non) destre populiste si prendono il malcontento popolare, ha scoperto di avere ancora un polmone nero. Così, d’un tratto: dopo secoli di ignoranza di alcuni fenomeni che, per chi frequenta gli stadi, sono abituali.

Certi cori, certi striscioni, certi adesivi esistono dalla notte dei tempi, sicuramente non dalla settimana scorsa. L’indignazione a comando, perciò, è quantomeno ipocrita e, senza dubbio, poco utile. Anche perché l’adesione alle forme comuni è quanto mai formale ed esteriore. La lettura del brano di un libro fondamentale per il pensiero europeo contemporaneo ha dato solo una ulteriore riprova di ciò.

Il problema di fondo è culturale: l’Italia, nel tentativo di rinnegare il suo passato, cerca di chiudere gli occhi di fronte al presente. L’Italia non vuole sentirsi dire che la miglior risposta alla crisi economica, politica e sociale, in questo paese, è un odio viscerale. Che colpisce ebrei, africani e chissà quanti altri: con infame cognizione, non per “stupidità”. L’Italia non vuole sentirsi dire che, nel 2017, il razzismo è vivo più che mai.

Il razzismo, figlio di un retaggio politico ben preciso, diventa, nella migliore delle ipotesi, “esercizio di ignoranza”. Quando l’ignoranza, semmai, è quella di chi dice e scrive cose del genere. Buona parte di chi abita quelle zone grigie della legge che sono gli stadi sa benissimo cosa sta facendo.

Il fenomeno non è classificabile come “goliardia”, ma è intrinsecamente sociale – gli stadi, alla fine, sono specchio torbido dell’Italia di oggi. Una società così vulnerabile all’odio, e ai fatti distorti strumentalmente, partorisce naturalmente episodi come quello degli adesivi di Anna Frank.

I “Siamo tutti Anna”, che nascono e muoiono sulla bocca di chi li pronuncia senza lasciare niente, rischiano di restare parole al vento. Sono la giusta dose di acqua per lavare la nostra coscienza. Ma il cancro che sta divorando il Paese rimane e non va via con un fiume di parole. Il lavoro deve essere più profondo, attecchire nelle viscere, rimanere nell’animo. E non spegnersi in una giornata di campionato.