Si parli quanto si vuole, ma solo una preghiera: non infangate il cuore di questi ragazzi

Si parli quanto si vuole, ma solo una preghiera: non infangate il cuore di questi ragazzi


Da sempre va così: che il Toro delle polemiche non s’infuria guardando il rosso, ma il bianconero. Però tra matador che s’incavolano sul serio ed ‘animali’ – pure senza virgolette – che si scannano, il furore della polemica ha la fortuna di non contagiare da queste parti: per pura scelta, non perché non ci passi. Ecco: fino ad un certo punto, fino ad una frase che non può non colpire. “Se sarà scudetto, sarà grazie alla svista di Rizzoli”, ha osato qualcuno. Cancellando, di fatto, un girone intero di corsa, talento e cuore infinito.

E allora, qualcosa scatta. Come il più naturale dei processi, come se ti toccassero sul vivo, come se dessero dello ‘spettacolino’ alla Turandot di Puccini. Come se, probabilmente con fare arrogante, riaprissero una vecchia ferita che mai sarà in grado di ricomporsi del tutto. Perché c’è chi si lamenta delle penombre, ma anche chi n’è stufo. Perché tornare su fatti di cui si conosce – nel migliore dei casi – appena la punta dell’iceberg, equivale ad agire con ignoranza. Di quella becera, di quella distruttiva, di quella non più tollerabile in anni basati sullo scambio d’informazioni.

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La verità? È che non si vuole imparare, di conseguenza non si vuole progredire. È che ci ritroviamo sempre a parlare di quanto si sia ammalato il calcio italiano, ma poi il virus l’iniettiamo noi. È ch’è troppo facile nascondersi, rifugiarsi, spiegare la vita con frasi fatte e luoghi comuni, ma è sempre più difficile chiedersi il ‘perché’, lasciarsi andare alla casualità degli avvenimenti, non dare la colpa al prossimo per i tuoi insuccessi.

Che senso ha affannarsi a trovare una cura? Rifiuterebbero pure l’effetto placebo. Perché più si parla, più ci si fa grossi. E più ci si fa grossi, più si pensa di contare qualcosa. Perché siamo ancora alla vecchia concezione: per farsi sentire, non bisogna spiegare. Bensì urlare. Pure parole lanciate a caso, spesso non riflettendo su portata e conseguenze. Sempre dettate dal sentimento del momento, mai dalla razionalità. Tra i mille ‘errori a monte’ del calcio italiano, questo è il più infamante. E non l’unico pronto a ripetersi partita dopo partita, insinuazione dopo insinuazione, caso dopo caso.

Tant’è: si parli pure. Si dica ciò che si vuole, ci si faccia trascinare dalla rabbia, dall’odio, dalla paura, dalla follia. Ci s’imbatta in chi non vuol ragionare, o in chi s’ostina a farlo male. Ci si spieghi con l’amico dubbioso, con chi ti vuol troppo bene da dire ciò che pensa. Poi però si metta in chiaro qualche numero. Anzi: pure uno soltanto. Si dica ‘venti’, si parli di partite consecutive senza sconfitta. Si racconti di un girone perfetto, del quasi record di vittorie di fila, di Buffon e dei 973 minuti d’imbattibilità. Si parli di campo, del benedetto e maledetto terreno di gioco. Si parli di calcio. Per una volta. Pure dopo tutte le polemiche di questo mondo, si parli di calcio. Semplice: come tutte le preghiere. Quasi impossibile da realizzare: come quelle più sentite.

Cristiano Corbo

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