Il Football Money League stronca l'Italia e premia la Juventus: ma la strada è ancora lunga

Il Football Money League stronca l’Italia e premia la Juventus: ma la strada è ancora lunga


Le inglesi, sempre loro. Non si venderanno forse un tanto all’oncia, come dicevano i Genesis nel ’73, ma si fanno pagare sin troppo bene. Il dodicesimo rapporto annuale redatto da Deloitte, il Football Money League, certifica l’enorme crescita economica dei club britannici, con l’ingresso nella top 20 di formazioni tutt’altro che imbattibili come Crystal Palace, Leicester CityWest Bromwich Albion. Potere dell’enorme fonte di ricavi dei diritti tv, che consentono spese folli anche ai club di medio-bassa fascia, pur senza sceicchi. Nove club di Premier tra i primi 20, 17 nella top 30 (con le tre new entry di quest’anno): un vero e proprio dominio, paradossalmente non espresso sul campo. Si veda ad esempio il Manchester United: da anni fuori dai posti d’onore in Champions, è rimasto praticamente stabile in quanto a fatturato, sebbene abbia perso una posizione a vantaggio del Barcellona (a sua volta secondo alle spalle del Real Madrid). Ciò vuol dire che ricavi da stadio, diritti tv, sponsor e merchandising (ossia i tre criteri usati da Deloitte) continuano a pompare denaro a prescindere dai risultati sul campo. Un obiettivo al quale sta puntando anche la Juventus.

LA FOTO DELL’ITALIA. Ma il rapporto si sofferma anche sulla situazione dei club italiani: Milan 14esimo, Roma 18esima, Inter 19esima, Napoli 30esimo. Le squadre italiane soffrono del problema-stadio (naturalmente tranne la Juventus): andando avanti così – si legge nel rapporto – “c’è una reale possibilità che molti dei maggiori club italiani non saranno presenti nelle prossime edizioni del Money League”. In generale, i ricavi da stadio rappresentano in media 1/5 del fatturato: proprio per questo molti club europei hanno capito che quella dell’impianto è una risorsa da sfruttare di più e meglio. Tutti, tranne evidentemente le società italiane: almeno la metà dei club presenti nella top 20 – si legge – hanno recentemente iniziato o completato lavori agli impianti per aumentarne offerta e ricettività. A Juve e Udinese non fischieranno le orecchie, per gli altri servirà qualcosa di forte per il mal di testa.

LA JUVENTUS, ECCELLENZA ITALIANA. Come ormai da prassi negli ultimi anni, la Juventus fa storia a sé in Italia: incremento del 16% nel fatturato (da 279 a 323.9 milioni), gap dall’undicesima (Borussia Dortmund) a oltre 40 milioni. Va anche detto che davanti ai bianconeri ci sono quattro squadre inglesi (Liverpool, Chelsea, Arsenal e City) che crescono più rapidamente, complice anche il sistema inglese che aiuta molto di più la crescita dei singoli club (e tornano in mente le parole di Agnelli sul marciume della Figc). Il club bianconero è decimo anche nella classifica social (proposta per la prima volta da Deloitte), ma da questo punto di vista la scalata è appena iniziata.

CRESCITA SI’, MA NON VERTIGINOSA. In realtà il raffronto interessante, per quanto riguarda la Juventus, va fatto con il rapporto del 2010/2011, ossia l’ultimo anno senza Juventus Stadium: il fatturato complessivo era di 153,9 milioni, salito a 194 la stagione successiva e via via aumentato fino alla quota di oggi. Nel 2012 i ricavi da stadio rappresentavano il 16% (31,8 milioni): oggi la percentuale è rimasta identica, ma i ricavi sono di 51,4 milioni (aumento del 25% rispetto all’anno precedente), segno che si sta seguendo una strada di sfruttamento “intensivo” dell’impianto (vedi il JMuseum e tutte le altre attività collaterali dell’impianto). Praticamente raddoppiata la quota dei diritti tv (da 90 a 199 milioni, il 61%), resta ancora un po’ “bloccata” la quota relativa al merchandising, che non a caso è il settore in cui la società sta puntando molto, attraverso la pubblicizzazione del brand nei mercati (soprattutto) asiatici e la gestione in proprio del merchandising Adidas dei prossimi anni. Il tutto a decorrere dall’1 luglio 2015, quindi i primi effetti (si spera) dovrebbero riverberarsi sul prossimo rapporto Deloitte. Il settore commerciale frutta infatti circa 73 milioni, così come nel 2013, ed è diminuito in percentuale (dal 37% al 23%).

IL “LEGAME” CON I RISULTATI. Sulla pagina dedicata alla Juventus, si legge che “l’ambizione di ridurre il gap commerciale è evidenziata dalla costruzione del J-Village (sull’area della Continassa) dove sorgeranno una serie di strutture funzionali allo sviluppo tecnico e commerciale del club (Concept Store, J-Hotel, Scuola e centro tecnico). Ma il rapporto si chiude con un messaggio chiaro, che andrebbe rivolto forse più ai lacci imposti dal sistema-Italia: “Revenue has more than doubled in four years under club president Andrea Agnelli, but it may see a fall in 2015/16. The club needs to maintain its very high recent standards if it is to retain its top ten Money League status in the medium-term“. Traduzione? Il Manchester United può permettersi di avere un fatturato superiore ai 500 milioni pur essendo fuori da anni dal podio della Champions League, mentre la Juventus ha guadagnato tanto negli ultimi anni proprio grazie al market pool dalla Champions. Ciò vuol dire che c’è ancora molta strada da fare per slegare i ricavi ai risultati sul campo: ma questo lo sanno molto bene, a via Galileo Ferraris.

Gennaro Acunzo

 

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