Un anno dopo

Un anno dopo


È un percorso interiore. Non è semplicemente andare a ritroso, rivangare ricordi, percepire vecchi sentimenti. È tornare fisicamente nel luogo in cui, 365 giorni prima, hai lasciato una parte di te. Fatta di speranza, di consapevolezza, d’incredulità mista a pugni chiusi. Chiusi troppo stretti, però. Perché troppa era la fame, infinita la voglia, incalcolabile l’amore. Perché fatta di un sogno: tornare a guardare ognuno dall’alto, senza pensare per un solo istante a ciò ch’è stato. Ma solo a ciò ch’era diventato. Nonostante tutto, esserci valeva il prezzo dell’ansia, dell’attesa.

Un anno dopo è ancora la frustrazione di avere davanti a sé un pallone e dei marziani, è il rimpianto di un contatto in area beffardamente dubbio, l’approccio disperato ma disperatamente riagguantato. È quel che resta, misto a ciò che è stato aggiunto, ancora mescolato a ciò che è cambiato. Tanto, in mezzo al campo. Nulla, assolutamente nulla in termini di mentalità. La squadra di Berlino era l’akmé di un percorso di uomini, gioco e voracità; questo nuovo corso è intensità, testa e consapevolezza. Un anno dopo, doti totalmente nuove. Neanche un po’ scontate. Di sicuro fondamentali.

Un anno dopo non è più l’appoggiarsi a Tevez regista avanzato, è coralità e più spinta dagli esterni. Non è più il perno centrale Llorente, ma l’esuberanza di Zaza, le serpentine di Morata. L’andirivieni poco metafisico di Mario Mandzukic: primo ad attaccare, primo a difendere. È una squadra che sa quello che vuole, e sa soprattutto come ottenerlo. È la quadra in un rettangolo: col gioiello Dybala nel mezzo ad illuminare tutti.

Da Berlino ad oggi è il cuore che ha perso pian piano il rammarico, l’amaro. E che a breve, si spera, perderà anche il bruciore di stomaco che caratterizza lo sconfitto. Ci è voluto tanto, non troppo. Ma la speranza, e ancor più la certezza di poter essere tra i migliori, ha rotto il disincanto e ha strappato la fantasia. A che serve, del resto, quando la realtà è così intrigante? È uno dei pochi paradossi di questa squadra: per sognare, assicurano, basterà tenere gli occhi aperti.

Il sei giugno non sarà mai un giorno come gli altri. Non perché ci sia voglia di masochismo. Ma perché occorre che questa data diventi il simbolo primario del corso Agnelli. Come se dovesse rappresentare un solco: tra la rinascita e la consapevolezza. Tra una fenice che risorge dalle proprie ceneri ed un’altra che ha già spiccato il volo. In Germania, tra le lacrime, lo sconforto, la delusione, si è fatto largo il tarlo del destino. Non una questione di principio, e vada al diavolo anche la legge dei grandi numeri. Questo gruppo può vincere innanzitutto per una questione di qualità. Umane, tecniche, tattiche.

La parata di Buffon su Dani Alves durante la finale di Champions League: grazie a quest'intervento, i bianconeri hanno potuto cullare a lungo il sogno di vincere la coppa

La parata di Buffon su Dani Alves durante la finale di Champions League: grazie a quest’intervento, i bianconeri hanno potuto cullare a lungo il sogno di vincere la coppa.

Un anno dopo è anche rimpiangere quella frenesia, quello stare insieme, quel prendersi in giro tra amici che poi è il contorno genuino che alleggerisce il carico della vita. Un anno dopo è essere convinti che, prima o poi, ci sarà qualcuno che saprà rendere merito al piccolo miracolo chiamato Juve. Sei giugno 2015, qualcosa è cambiato. Non tutto, fortunatamente. Né nulla, fortunatamente.
Non noi, fortunatamente.

Cristiano Corbo

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