A 14 anni dal baratro: Rimini-Juve è ormai un lontano ricordo

A 14 anni dal baratro: Rimini-Juve è ormai un lontano ricordo

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14 anni fa la prima volta della Juventus in Serie B fu amara, strana, per certi versi aberrante. Vedere giocatori del calibro di Del Piero, Buffon, Camoranesi, Nedved e Trezeguet calcare campi di provincia fu un qualcosa che, indipendentemente dalla fede calcistica, fece male al calcio. Ma anche al cuore. Lo stesso cuore che questi cinque campioni su tutti, dimostrarono per la maglia bianconera scendendo all’inferno e risalendo con essa. Con e per amore, di essa. Buffon, Camoranesi e Del Piero poi, due mesi prima festeggiavano con una Coppa dignitosamente importante sulle spalle, mentre un mese dopo stringevano la mano ai giocatori del Rimini allo Stadio Romeo Neri.

Partita con una squadra tra le migliori del mondo e ritrovatasi qualche settimana dopo completamente smantellata, vuota, erta soltanto dai paladini sopracitati. Gli unici a ricordarsi che maglia stessero indossando. Non importa la categoria in cui militavano: quella era comunque la maglia della Juventus. E andava onorata.

DALL’INFERNO AL PURGATORIO

La partita di Rimini finì in pareggio e lasciò presagire che la debacle fosse appena cominciata. Invece, i bianconeri, bersagliati da stampa, tifosi avversari, testate giornalistiche, tennero bassa la testa come un toro ad una Corrida e pedalarono, forte. Perché lì non potevano più starci. La repulsione era forte, come quando da bambino i genitori ti ostinano a mangiare qualcosa che non ti piace. Ma tu sei impotente, sei costretto a mangiarla fin quando non diventi grande.

La Juventus ci mise una sola stagione a diventare grande. Stravinse il campionato, come normale che sia con quella rosa a disposizione. Tornò in massima serie, ma non faceva più paura come prima. La “Vecchia Signora” colpita al cuore e nell’orgoglio pareva ormai tramortita. Era una squadra che faceva quasi pena, compassione, tenerezza. Si lamentava degli arbitri, non aveva più, all’apparenza, lo stesso DNA che l’aveva sempre contraddistinta in tutta la sua storia. Non riusciva a trovare una quadra, sperperava, Cambiava, malamente.

I GIORNI PEGGIORI DELLA STORIA

Quelli furono i giorni peggiori della storia della Juventus. Ma anche del calcio italiano stesso che cadde nel ridicolo. Deriso e sbeffeggiato, il calcio italiano segnò la fine degli anni d’oro con Calciopoli. Si passava da un mondiale vinto ad uno degli scandali più grandi della storia. Da quel momento ci fu una linea di demarcazione ben chiara: pre e post Calciopoli. Moggi distrusse una squadra colma di fenomeni che non aveva certo bisogno di sotterfugi per dominare quei campionati. Era la Juventus di un giovane Zlatan Ibrahimovic, di Thuram, di Cannavaro (che a fine stagione divenne Pallone d’Oro), di Zambrotta, di Emerson, Vieira.

Tralasciando il discorso riguardante il numero di Scudetti, non entrando quindi nel merito con sensato cerchiobottismo, la Juventus aveva una rosa all’altezza per vincere qualsiasi competizione. Ed è un vero peccato che ci siano voluti e dovuti anni di sacrifici per ricreare una corazzata come quella, se non superiore (de gustibus).

Come tutti sanno, infatti, dopo l’arrivo di Agnelli in presidenza la musica cambiò, si riscrisse la storia del calcio italiano. Si vinse, nuovamente. Ritornò la vera Juve e con essa anche le polemiche. Perché le squadre forti, le squadre che primeggiano sono storicamente odiate. Come è giusto e normale che sia. Un odio, un accerchiamento che mancava come l’aria ai tifosi bianconeri, reduci da settimi posti e preliminari di Europa League. Ora quello storico 9 settembre 2006 è ormai un lontano ricordo, ma gli attimi e le sensazioni di quella strana e inusuale giornata resteranno per sempre impressi nella mente.

Michele Lettieri

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