Miralem Pjanić, il pianista di Tuzla

Miralem Pjanić, il pianista di Tuzla


Tempo al tempo, senza fretta, vagliando minuziosamente il profilo giusto. Del resto un’eredità come quella lasciata in dote da Andrea Pirlo dopo quattro, eccezionali, stagioni in bianconero non poteva essere raccolta così, come se fosse la cosa più naturale del mondo. No, non lo è di certo, il Maestro rappresenta un pezzo di storia dell’intero movimento calcistico tricolore, una colonna essenziale del nuovo corso juventino. Testa altissima, riprendendo il proprio posto, collezionando record e trionfi, in fila, fino alle lacrime amare di Berlino, sempre lei in un destino glorioso e insieme beffardo. Un’annata di transizione,  attendendo con serafica cautela prima di piazzare il colpo giusto, più adatto, tassello unico in un mosaico d’autore.

Tassello dal nome e cognome: Miralem Pjanić, ventisei anni da Tuzla, il pianista, animo da guerriero, istrionico balcanico dal destro da incantatore di serpenti. Sinfonia, costante e armoniosa, quando decide di cantare, più che disegnare, calcio. L’uomo giusto al posto giusto, blitzkrieg in piena regola aprendo un solco nel petto di un’intera tifoseria, quella giallorossa, ormai orfana del talento più puro a disposizione di Spalletti. Nuovo idolo per la platea dello Stadium, chiave di volta per la mediana tecnica ricercata con ossessiva volontà da Massimiliano Allegri.

Il Piccolo Principe diventato uomo, stella che acceca con luce propria, graduale percorso dopo le prime difficoltà. Naturale l’apprendistato, la transizione tra Ligue 1 e Serie A, cinque stagioni, continua linfa a cui attingere alle sponde del Tevere, tra pressioni della piazza e crescenti soddisfazioni. Evoluzione, così come il suo rendimento, da Luis Enrique a Zeman fino all’incontro con Garcia ed il prosieguo con l’attuale tecnico della Roma. Dai dubbi del boemo alla fiducia incondizionata del tecnico ex Lille, trovando posizione in campo e costanza di rendimento. L’apoteosi, consacrazione definitiva, nell’annata da poco conclusa, rendimento da top player e le attenzioni di tutti maggiori club europei come naturale corredo. Parola ai numeri, prima di tutto: 12 reti e 13 assist per 41 presenze stagionali, il miglior modo con cui chiudere il cerchio dopo 185 presenze in giallorosso. Tempo di spiccare il volo, verso prospettive e vittorie, e quale migliore approdo dell’ombra della Mole, diciamolo. Tra ambizioni e voglia di mettersi in discussione. La regola appena si varca lo spogliatoio della Signora.

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Terzo step agli archivi, dai primi scampoli di classe al Metz al tirocinio alla corte di Juninho Pernambucano a Lione. Ora il tempo di raccogliere quanto seminato. Mai regalo più gradito per Allegri, jolly d’eccellenza con cui modellare, gara dopo gara, la propria metà campo. Visione di gioco, rapidità, dribbling secco. Una capacità di calcio che resenta la sentenza, Cassazione sui calci piazzati  – cinque nella stagione 2015-2016 – decantare un’unica dote, insomma, sarebbe una reductio ingenerosa per il bosniaco. Mezzala, trequartista, persino play basso, al tecnico livornese la scelta. Poi palla a Miralem, il resto è conseguenza naturale, come un calcio ad un pallone. Capace d’incantare.

Edoardo Brancaccio

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