La farfalla col kalashnikov: Cristiano Ronaldo – Storia intima di un mito globale, a cura di Fabrizio Gabrielli

La farfalla col kalashnikov: Cristiano Ronaldo – Storia intima di un mito globale, a cura di Fabrizio Gabrielli

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Una desolata sera d’estate, spinta a fatica da zanzare e nuvoloni sulle trepidazioni di Buenos Aires, Luis Borges confessò a un giornalista calcistico di non apprezzare l’oggetto del desiderio dei sudamericani: «detesto il calcio, è un gioco brutale che non richiede un coraggio speciale, perché nessuno si gioca la vita». Un’affermazione smontata dalla trentaduesima puntata di Vite Inattese – collana di narrazioni esistenziali della casa editrice 66thand2nd legate al fenomeno di massa monarca, lo sport – che propone un’elucubrazione diFabrizio Gabrielli: Cristiano Ronaldo – Storia intima di un mito globale (2019), narrazione sperimentale che rimbomba come una sciccheria nel cascinale: Cristiano ha rischiato la pelle per poter diventare CR7.

Parliamo del comune mortale che più si avvicina alla possenza di Eracle, correggendo le leggi dell’anatomia sportiva e imponendosi al centro della letteratura di Eupalla come semidio. Gabrielli, servendosi di un lessico forbito ma intriso di leggerezza del militante che sniffa il green carpet, fa tutto quello che un lettore-idolo richiede una volta acquistato il testo, non lesinando pigmenti artistici: toglie i veli sul percorso in spasmodica ascesa del primattore, andando ben oltre i muscoli, dietro i quali si nasconde un bagaglio di ricordi in cui figure determinanti hanno contribuito all’erezione della leggenda. Una valigia di cartone, non Louis Vuitton.

Quando durante l’Europeo di casa giocato dal Portogallo nell’estate del 2004, a innalzarsi al cielo del da Luz furono le lacrime di un Cristiano diciannovenne con il diciassette sulle spalle, dopo la capocciata del carneade Charisteas, Eusebio, il totem del futbol lusitano, gli riservò una carezza, avendo già capito tutto: «Non è solo un grande calciatore: sta aspettando di diventare un’icona». Solo un fuoriclasse sa riconoscere un altro fuoriclasse. Cani da tartufo prestati all’epica contemporanea.

L’effige d’onnipotenza calcistica nasce in uno sputo di vegetazione incontaminata e spiagge da ustione fiera all’ombra del mondo consumistico: Madeira:

«In quest’isola, alle 10.20 del 5 febbraio 1985, una giornata umida e ventosa, in una stanza dell’ospedale Cruz de Carvalho (oggi intitolato al medico e politico Nélio Méndonça), Cristiano Ronaldo Dos Santos Aveiro è venuto alla luce. A Madeira, più che in altri angoli di Portogallo, le note del fado risuonano con un nitore abbacinante, più realistico. Perché cantano l’emigrazione, il dolore della separazione, la sofferenza della lontananza, l’inesorabilità di un destino – il fatum appunto – dal quale è impossibile sottrarsi. Cantano la vita di questa terra, di chi suo malgrado si è visto costretto a lasciarla, di chi suo malgrado ne

è rimasto schiavo».

CR7, dentro le venature di ricerca tracciate con un tiki taka sapiente da Gabrielli, è in primis emigrante solleticato da brulicante nostalgia. Il legame con la sua terra è inscindibile e si evince dal ritorno d’affetto che la sua gente non manca di dimostrargli: «Grazie per essere portoghese» campeggia all’ingresso del CR7 Museu, «l’altare della glorificazione di Cristiano Ronaldo a Madeira», il luogo di culto che dona i proventi degli ingressi in beneficenza, trasfigurandosi in chiesa del semidio. Del patriottismo amorevole di Cristiano ne abbiamo avuto prova durante l’Europeo francese trafugato nel 2016 e non per l’esaltazione delle sue virtù atletiche con il gol di tacco all’Ungheria o il salto Cape Canaveral con il Galles, ma per il suo esilio forzato dal campo in finale, che lo ha consacrato trascinatore motivazionale del gruppo. Il mental coach che ha portato il signor nessuno Eder a sedere al tavolo dei Van Basten, Trezeguet e Rummenigge, tout court.

Madeira scorre regolarmente nelle sue vene: la sua prima squadra, il Clube de Futebol Andorinha, gli regala comete urlanti di rammarico per un’infanzia poco goduta, poiché la nave per portarlo nella gipsoteca del calcio era arrivata in anticipo, da ragazzino tenerezza e brufoli: «Il suo padrino di battesimo, Fernão Sousa, ex capitano dell’Andorinha e poi collaboratore del settore giovanile del Nacional, lo segnalerà a João Marques de Freitas, uomo di fiducia dello Sporting a Funchal, innescando le ruote dell’inesorabilità. Jorge Mendes, il suo procuratore, una volta ha detto che «il calcio è stato la nave che lo ha portato via da Madeira. Ma pure l’albero al quale si è aggrappato per non andare alla deriva quando, in mezzo all’Oceano, s’è alzato il vento. Tutta la sua ambizione, tutto il suo successo, sono i frutti di quell’albero».

La terra d’origine è uno dei tre pilastri del mito globale, ma il primo, senza possibilità di essere eguagliato, è la madre, Dolores Dos Santos. Moglie di un onesto lavoratore alcolizzato, stava quasi per abortire, dopo la notizia dell’arrivo di Cristiano, per gravi problemi economici. Non una semplice madre, dall’occidentale costume, ma una «tigre asiatica», che ha forgiato la determinazione del figlio, comprendendone il magnifico potenziale. Una statua di filosofia maieutica stagliata dinanzi a ogni camminata del 7 dallo spogliatoio al sottopassaggio verso il Colosseo di turno. Dolores ha inculcato il sacrificio nell’allenamento, la vita da professionista, già predisposta all’esorcizzazione del fantasma dello sregolato padre, e la cura dello spirito come un monaco benedettino. Marcas et in melius, il mantra ridondante. Gabrielli tratteggia con metodo freudiano la figura della donna più importante dell’icona del football 2.0, confermando come anche per un essere umano fuori dal comune il rapporto con il genitore dell’altro sesso sia angolare nel sentiero da percorrere. Ma nello spaccato di tribolazioni siiiuuu! trova spazio anche il terzo pilastro, determinante nell’ascesa tecnico-tattica del professionista:

Melle Meulensteen, collaboratore di campo di sir Alex Ferguson nello United, che ha il merito di aver innescato l’esplosione del giovane Cristiano, grazie alla cura mentale nell’approccio alla partita. L’autore racconta i retroscena del rapporto del fuoriclasse con il tattico olandese, una chicca per feticisti delle panche di Coverciano: «Meulensteen comincia a lavorare con il portoghese alla razionalizzazione del suo stile di gioco, convincendolo a fare uno sforzo per trasformarsi da un giocatore che cerca gol bellissimi, perfetti per metterlo al centro dell’attenzione («quando giochi vuoi tutte le luci della ribalta per te, vuoi poter dire “guardatemi! Guardate quanto sono bravo!”»), a un calciatore spietato che finalizza l’azione come un vero centravanti. Cristiano è rapito. […] Meulensteen e Ronaldo lavorano sulla concentrazione, sul focus: «Una sola cosa mi ha insegnato la mia esperienza: le persone si mantengono concentrate per uno, due, tre, quattro, bang». René divide il campo in tre macro-zone: di fronte alla porta, sulle fasce, fuori area. Per ognuna individuano insieme il tipo di conclusione migliore, insistendo soprattutto sulle conclusioni di prima, sull’anticipazione dei tempi di tiro, sulla rapidità d’esecuzione […] il cervello di Cristiano Ronaldo impara a lavorare, a livello subconscio, sulla prefigurazione degli scenari possibili: all’incrocio tra i fattori si annida la soluzione perfetta. Il gol, o almeno il tentativo di segnarlo, diventano il suo personalissimo riflesso pavloviano».

Interessanti, nello scorrimento del libro, come una serpentina del 7 sulla fascia sinistra, sono alcune descrizioni psicofisiche, sublimate dall’ausilio della letteratura mondiale: la pittura della mimica del corpo di Cristiano attraverso la lirica Solo di Edgar Allan Poe; il bilancio delle ambizioni egemoni del bomber con il componimento Tabaccheria di Fernando Pessoa; l’esigenza di superarsi costantemente con avidità di record, nonostante caterve di titoli in quattro Paesi e in Nazionale – cinque palloni d’oro e oltre settecento gol –, racchiusa nella frase di Pablo Neruda «mimangerei tutta la terra, mi berrei tutto il mare». Un corpus idealizzato con la sontuosa rovesciata allo Stadium nei quarti di finale di Champions League contro la Juventus nella stagione 2017-18. Un francobollo mica male, buono per le masturbazioni cerebrali di ogni calciofilo che brucia come un mozzicone di Maurizio Sarri in ogni parte del globo.   

I media inglesi hanno definito il tenore del football ultraveloce «la farfalla con un kalashnikov», affresco prontamente captato da Gabrielli, che offre la possibilità al lettore-seguace di oltrepassare i veli griffati e i muscoli d’acciaio, guardando negli occhi l’uomo, in un tocco empatico dei suoi umani malanni sommersi, quasi annullati da figure dietro le quinte, alle quali l’icona planetaria deve tutto e che nell’opera in esame conquistano il giusto gradino. Come suggerito dal filosofo prestato al football, Eduardo Galeano, «ricordare: dal latino re-cordis, ripassare dalle parti del cuore». Cristiano è semidio dalla memoria d’elefante, tra brand, marketing e trattamenti di bellezza non ha mai dimenticato le chiavi del suo successo: il sacrificio quotidiano, l’amore per Madeira, il modello concettuale: la madre Dolores. L’autore dona un manuale d’umiltà ai talenti dell’italica sfera di cuoio ancien e ambizioni spaziali. Leggete e prendete appunti, prospetti d’oggi, astri di domani (?): per scolpire un’icona sul Monte Rushmore bisogna prima scalarlo. CR7 docet.

Annibale Gagliani

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