È tuo, Paulo!

È tuo, Paulo!


Nella quiniela di Laguna Larga si respira felicità impastata a un filo di malinconia. È lì, tra le strade polverose della provincia argentina, che Alicia Suárez ha visto crescere i suoi tre figli. Insieme a suo marito avevano un sogno: vederli arrivare in alto.

Una storia argentina

Sarà per questo che, ora, quando gli chiedono di Paulo sorride, ma sul fondo dei suoi occhi si leggono giorni bui. Quelli in cui un mostro indomato, e indomabile, se n’è portato Adolfo.

Laguna Larga-Cordoba, Cordoba-Laguna Larga: ogni giorno, tutti i giorni. Con la solita macchina, magari un po’ malandata. Adolfo, però, non poteva rinunciare: Paulo era la realizzazione più concreta dei suoi desideri.

Poco male se tutto ciò comportava sacrifici. L’Instituto de Cordoba era sinonimo di ilusión: illusione, ma anche emozione. (Potere di una lingua magica…).

Anche lui, in tempi non sospetti, era stato una giovane promessa. Era un volante: grande personalità, tanta garra. Era rimasto nel limbo del calcio regionale, senza mai spiccare il volo.

Poi l’incontro con Alicia spazzò via il pallone, per lasciare il posto alla concretezza della ricevitoria La Favoritacurioso, il destino: vero?

Una famiglia umile, dice chi li conosce da sempre, come tante altre dell’Argentina profonda. Una famiglia toccata dalla benedizione divina, tradottasi nel sinistro fatato del piccolo Paulo.

Dal potrero della scuola calcio El Porvenir a prendersi il palcoscenico del calcio europeo il passo non è stato breve.

Quel campetto, dove Dybala bambino ha iniziato il suo dialogo astrale con il pallone, non esiste più. Il tempo se l’è portato via. Il suo ricordo è rimasto impresso sulle mura della quiniela: si trova di fronte, una posizione privilegiata per ammirare la nascita di una stella.

Avenida Hipólito Yrigoyen risuona ancora della poesia dei primi passi di Paulo. La stessa che riempie la bocca di Alicia, quando chi entra nella ricevitoria finisce per parlare della Joya.

“Se lo merita…”

“Paulo viveva con il pallone, ci dormiva. Ho giocato da piccolo con lui, ma faceva cose che noi non potevamo. Era diverso. È insolito che da un paesino così piccolo esca un fuoriclasse così. Ma è toccato a lui e se lo merita”.

Sono parole di Martin Aznar, a MundoD: è un suo amico di infanzia, nonché uno dei primi compagni d’attacco. Era l’altra metà della dupla de ataque, come si dice in Argentina.

Ma potrebbero essere parole di chiunque altro abbia avuto il privilegio di conoscere Paulo. In tutti i racconti, e sono tanti, ritorna un concetto: lui, proprio lui, l’ha meritato.

Dai custodi della pensión dell’Instituto alle sue professoresse, passando per gli amici, sono d’accordo su questo punto. Il successo che sta avendo è il giusto premio per l’umiltà di un ragazza che ha conosciuto la sofferenza.

Quella che lo chiudeva in un angolino dello spogliatoio, silenzioso più del solito. La stessa che, ad anni di distanza, scarica dopo ogni rete.

Eppure nessuno, o quasi, credeva che Dybala potesse arrivare a questi livelli. Santos Turza, l’uomo che l’ha scoperto, forse la pensava diversamente:

“Mi bastarono 15 minuti per dirgli che poteva rimanere”, racconta. Paulo si presentò al provino dell’Instituto con la maglia del Boca Juniors, la sua squadra del cuore.

Una scelta coraggiosa, magari dettata dall’incoscienza:

“Non si poteva venire a provare con la maglia di un’altra squadra, ma in quel caso non dissi niente”, continua Turza, selezionatore storico del club cordobés.

Leggenda, mito: la storia di Paulo

Sono passati diversi anni da quel giorno, che ormai sfuma tra l’indefinito e la leggenda. Leggenda, mito: chiamatela come volete, ma è la storia di Paulo Dybala.

Il pibe de la pensión – quella dell’Instituto, dove andò ad abitare dopo la morte di Adolfo – che debuttò per un caso abbastanza curioso.

Miguel Fernandez, appena arrivato, doveva essere la prima punta titolare. L’Instituto, in realtà, non aveva neanche grandissime ambizioni.

eva

Poco prima dell’inizio del campionato, però, si presenta un problema: Fernandez aveva una vecchia squalifica da scontare.

Che si fa? L’allenatore, Darío Franco, anche lui nuovo, era stato invitato a dare un’occhiata ai talenti del vivaio. Quel piccoletto, Paulo Dybala, l’aveva colpito particolarmente. Aveva fatto il pre-campionato con la prima squadra e, nell’ultima amichevole estiva, lo aveva convinto: la maglia da titolare era sua.

Contro l’Huracán, Franco schiera un tridente particolare: López Macri, Dybala e Burzio. Tre debuttanti, tre piccoletti, tutti e tre rasati. Non segnarono, ma fecero una grandissima impressione. Confermata, poi, con l’avanzare del campionato.

Tanto che, a un certo punto, arriva il Palermo – dopo che l’Inter era stata vicinissima – e si porta via Dybala. Ma prima c’era la Primera da conquistare. E quella sarà la prima, cocente delusione di Paulo nel mondo del calcio: piange, mentre il Nuevo Gasómetro – casa del San Lorenzo – esulta.

Franco lo consola, per quanto può, mentre il respiro dell’impianto si fa oppressivo: “Paulo, vincerai mille titoli”, gli promette. Oggi quelle parole, più o meno dette così, sanno di profezia. (Si spera fino in fondo).

È tuo, Paulo!

Oggi che Paulo ha l’Europa ha i suoi – fatati – piedi. Oggi che ha i segni di tante, tantissime battaglie sulla pelle: dalle difficoltà di Palermo ai primi mesi in bianconero. Oggi che ha visto la sua stella splendere e abbagliare anche Leo Messiper una notte, almeno.

Paulo, questo Scudetto è profondamente tuo.

È tuo in ogni invenzione, frutto del genio assoluto. È tuo in ogni dribbling, fisica coniugata all’arte e applicata al calcio. È tuo in ogni gol, illuminazione di un’attesa mai troppo lunga.

È tuo come la doppietta contro l’Udinese, a ottobre, che ha scacciato ogni possibile fantasma. Come la serata magica contro il Palermo – anche quello, sì, tuo – in un periodo tutt’altro che facile. È tuo come il rigore decisivo contro il Milan, che è tutta una storia concentrata in un millisecondo.

Di fronte a Donnarumma, al novantasettesimo, la mente sarà volata a Doha. Quella notte, con una Supercoppa in palio, era andata male: ma il destino aveva qualcosa da ridare a Paulo. E l’ha fatto, con abbondanti interessi.

Che, poi, le parole nel post-partita sono state anche più importanti del gol in sé: “Vorrei vedere se qualcuno parlerà del rigore che Zapata ha fatto nel primo tempo. Bisogna essere più onesti: quando capita a noi, continuiamo a lavorare e basta”.

Un attestato di juventinità, permeata e fatta propria nel tempo. Qualcosa che va oltre il campo, i contratti, le promesse: questo significa aver capito cos’è la Juve. E non è da tutti né per tutti…

Adesso….

Paulo, manca poco, davvero poco. La leggenda è a un passo, meno di quanto possa sembrare. Hai corso tanto, hai distrutto ogni ostacolo. Anzi: gli ostacoli, per te, sono sempre state nuove sfide.

Vinci questa, ora: non è l’ultima, ma forse è quella della svolta.

E se proprio il fiato non dovesse arrivarci, alza lo sguardo: chi ti guarda è dietro l’ultima nuvola a destra. Ánimo, chico!

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