La grande piccolezza: quando gli alibi avvelenano il campo

La grande piccolezza: quando gli alibi avvelenano il campo


Juventus-Napoli è andata oltre il campo, oltre lo schermo e, probabilmente, oltre ogni limite. Perché? Perché quando lo sport eccede dallo sport non c’è nemmeno più senso nel parlarne. Eppure, qualche altra parola, forse va spesa.

OLTRE LO SPORT

L’occasione per vedere in campo lo scontro fisico e tecnico delle due migliori squadre del campionato italiano finisce male. Anzi, malissimo. Perché della partita “Juventus-Napoli”, ad oggi e dopo oggi, non rimarrà che cenere. E questo è dovuto a diversi fattori che da tempo inquinano lo sportivo italiano: complottismo, sudditanza psicologica e prostituzione intellettuale (Mourinho docet). Questi elementi trascendono completamente i normali gesti tecnici e l’organizzazione schematica e tattica di una partita di calcio. Un sano scontro agonistico dettato da regole, decise da uomini per altri uomini, viene così ridotto a misero e miserabile punteggio deciso da “vergognose decisioni”.

COMPLOTTO

La teoria del “complotto” ad ogni costo è ormai radicata nella “cultura sportiva italiana”. La bellezza e stranezza imprevedibile del calcio muta ora in scelte probabilmente decise a tavolino. Lo sportivo italiano crede nel complotto ad ogni costo, e crede nel monopolio del complotto da parte delle grandi squadre, creando un insormontabile paradosso. Sì, perché chi crede in una cosa del genere, semplicemente dovrebbe smettere di seguire lo sport corrotto. Questo può farci dedurre che lo sportivo, in Italia, non è sportivo: è solo tifoso. E il tifoso spesso e volentieri ha una mentalità che trascende ogni ragione. Anzi, purtroppo la ragione è praticamente assente. Perché un conto è essere mossi da una passione intensa, l’altro è farsi annebbiare da essa. La passione viene mossa dalla gioia per la vittoria dei propri colori, una vittoria che quando c’è cancella tutto il resto. Non conta come si giochi in campo (e quindi la qualità, il valore agonistico dello scontro che si osserva) ma che si vinca. Basta vincere. E quando non si vince, per qualsiasi motivo, è molto difficile dare la colpa a se stessi

 

SUDDITANZA VERSO CHI?

Anzi, è troppo bello e facile poter dare la colpa agli altri. E troppo bello e facile fu nel “lontano 2006”, quando esternare il sentirsi in balia di un complotto ha portato ad un luogo comune. E’ prassi, al giorno d’oggi, essere vittime di un complotto. Scaricare le proprie colpe e i propri deficit su un probabile complotto facilita tutto. Ma più di ogni altra cosa facilita la gestione interna delle proprie società. Perché subire “vergognose decisioni” è molto più semplice e utile che ammettere che una partita, di fatto, non si è giocata. E’ molto più semplice “scaricare” le colpe su altri, soprattutto in un periodo delicatissimo della propria stagione con partite molto difficili da giocare. La verità è che, per il tifoso (e non sportivo) italiano, fa comodo avere un alibi. E fa comodo anche ai dirigenti e ai presidenti (che non dovrebbero essere tifosi) avere più di un alibi. Perché due rigori “subiti ingiustamente” sono molto più utili di un “due uscite difensive assolutamente fuori posto”. Perché un “solare rigore negato che poteva cambiare la partita” è molto più gratificante di un “zero tiri verso la porta avversaria nella ripresa”.

SOLO VELENO

Questo viene a creare tanti tipi di sudditanza: no, non si tratta di quella arbitrale. Si tratta di quella che viene a crearsi contro se stessi. Perché invece di guardare alle proprie colpe agonistiche, si ammortizzano i propri errori, inculcando il complotto anche ai protagonisti in campo. Se Pepe Reina parla solo delle “vergognose decisioni” c’è un problema. Perché Pepe Reina, portiere della Società Sportiva Calcio Napoli, non parlerà mai della sua uscita senza senso sul gol di Higuaín. Pepe Reina potrà discolpare se stesso. E il lungo e perpetuo lavaggio del cervello continuerà senza fine. Sarà utile per i tifosi (esterni e non) e sarà utile per chi vuole parlarne (media italiani e non). Ci si potrà sempre mangiare un po’ sopra, mentre l’unico boccone avvelenato toccherà al campo. Perché trovarsi alibi non migliora le prestazioni: le giustificazioni non portano miglioramenti. Le ammissioni, quelle sì che comportano miglioramenti. Le “minacce” e le “proteste” contro i mulini a vento servono a poco. 

Ammettere di aver sbagliato è il primo passo verso il successo. In Italia questo è un concetto che, per nostra sfortuna, non ha valenza. Purtroppo non solo per quanto riguarda il calcio. E per un vero sportivo, il vero senso lo si trova soprattutto nelle sconfitte. Oggi però, dello sport, resta solo cenere.

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