Cristiano e il mattino che succede a una fredda notte d'inverno

Cristiano e il mattino che succede a una fredda notte d’inverno

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Si dice fosse parte del regno di Atlantide, il piccolo arcipelago vulcanico di Madeira, con le sue tre piccole e disabitate Ilhas Desertas e le due maggiori, Madeira e Porto Santo,  che vedono come cuore pulsante Funchal.

E, secondo alcuni storici, erano già conosciute dai Fenici, nonostante fossero ben oltre le Colonne d’Ercole, il non plus ultra della conoscenza umana.

Superare ogni limite, ogni paura, andare oltre: sono questi gli elementi della storia che sto per raccontarvi.

Siamo esattamente a metà degli anni ’80 e Funchal non era ancora la cittadina sviluppata che è diventata oggi.

Dona Dolores è una donna di trent’anni, alle prese con tre figli da tirare su con enormi difficoltà economiche e un marito disoccupato.

Sono situazioni che t’impongono una decisione. E, un giorno, Dolores la prese: quella di abortire. Un quarto figlio da tirar su, probabilmente, sarebbe stato troppo.

Si recò dal medico più vicino, ma trovo un’opposizione netta: “Non c’è alcun motivo, signora Dolores, per il quale questo bambino non debba nascere. Da me non avrà alcuna autorizzazione”.

Già, ma qualche cosa va fatto, pensa Dolores. 

È così che decide di ricorrere alla credenza popolare, affidandosi al consiglio di un’amica: riempirsi di birra scura e correre a sfinimento per le strade di Funchal – che, per chi non lo sapesse, ricordano molto quelle della Costiera Amalfitana o delle Cinque Terre, tra pendii, curve e discese improvvise. 

Dolores ci prova. Inizia a correre. Il metodo, però, non funziona, e al bambino verrà dato un doppio nome: uno è Cristiano, l’altro è Ronaldo, in onore di Ronald Reagan, attore preferito del padre in quel periodo.

“Le immagini del mattino e della notte traggono in inganno. I tempi felici non nascono così come un mattino succede a una notte d’inverno”, sosteneva Brecht, autore preferito di Dolores.

È così che Cristiano cresce sano e forte, con la passione per il pallone, uno dei giocattoli – non tantissimi – che aveva, e a otto anni entra a far parte del Clube Futebol Andorinha de Santo António.

A 11 anni, la partenza per Lisbona: è arrivata la chiamata dello Sporting. Cristiano fa le valigie, saluta gli amici e i familiari: è il tempo di lasciare l’isola. Potrà tornare a Madeira a trovarli una volta ogni tre mesi. 

“La sera, tra le 22.30 e le 23, avevamo fame”, ha raccontato in un’intervista a ITV. “Così, andavamo a un McDonald’s vicino allo stadio nella zona dove vivevamo. E andavamo sempre alla porta sul retro e bussavamo: ‘Hey, vi è avanzato qualche hamburger?”

Ad aprire la porta, ogni volta, era Edna, una cameriera che lo prese particolarmente a cuore. 

Dopo anni di sacrificio, arriva il debutto in prima squadra. Ed è qui che entra in gioco la necessità di andare oltre ogni limite, che accompagnerà il bimbo cresciuto scorrazzando tra le calle di Funchal a diverse e ripetute incursioni sul tetto del mondo.

“La vita è un viaggio sperimentale fatto involontariamente. Ḕ un viaggio dello spirito attraverso la materia, e poiché è lo spirito che viaggia, è in esso che noi viviamo. Ci sono perciò anime contemplative che hanno vissuto più intensamente, più largamente, più tumultuosamente di altre che hanno vissuto la vita esterna. Conta il risultato. Ciò che abbiamo sentito è ciò che abbiamo vissuto. Si ritorna stanchi da un sogno come da un lavoro reale”, sosteneva Pessoa. Conta il risultato, appunto. Come in ogni singola pagina della sua meravigliosa storia. 

Corrado Parlati

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