Il posto giusto al momento giusto

Mi sono trasferito a Torino a fine novembre; faceva un discreto freddo, come immagino faccia sempre da queste parti. Ho sempre visto certe scene dalla televisione, come se non mi potessero appartenere: lo Stadium, i giocatori, i giornalisti, le telecamere. Ho sempre visto tutto da lontano come potrebbe fare una qualsiasi persona che non può toccare con mano quello di cui sta parlando. Come si può descrivere un qualcosa che non si è vissuto? Come si può parlare di qualcosa che non si è mai visto né sentito? Bisogna avere una fervida immaginazione per buttarsi in una turbina di sensazioni così.

Ieri sera (o meglio, qualche ora fa) è stata la mia prima volta a San Carlo. Per essere maggio faceva un po’ freddo, ma fortunatamente mi sono abituato presto all’aria torinese (o almeno spero!). Mentre ci incamminavamo sentivamo qualche clacson in lontananza, rumori sparsi nella notte che facevano da prequel a ciò che avremmo vissuto. E poi è successo: abbiamo visto i tifosi urlare la loro gioia, ma anche la loro rabbia. Quella di chi non vede riconosciuta la loro supremazia. Non c’erano tante persone, ma ce n’erano abbastanza da poter fare un discreto casino con i vari cori da stadio. C’erano le telecamere delle televisioni e tifosi che, resosi conto di essere in diretta, prendevano d’assalto il malcapitato giornalista di turno per poter essere inquadrato e gridare chi è campione d’Italia.

Due momenti davvero da sottolineare: il minuto di silenzio dedicato a Erika e i cori per la Juventus Women quando, tra i tifosi, sono arrivate Benedetta Glionna, Sofia Cantore e Arianna Caruso. Perché per una Juve che ha vinto quello che doveva vincere, ce n’è un’altra che deve ancora giocare 90 minuti per arrivare al titolo, i minuti più importanti della stagione.

Non una piazza gremita, non una folla oceanica, non chissà cosa. Una bella serata, la prima di una lunga serie, chissà.

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