Juventus abituata alle vittorie "sporche"

Juventus abituata alle vittorie “sporche”


La chiara e netta vittoria della Juventus nel Derby della Mole, con un gioco convincente e prolifico, con un piglio da grande squadra che non lascia nulla all’avversario, innesca una serie di riflessioni che investe l’eterno binomio gioco – risultato. Fuori di dubbio che la truppa bianconera abbia offerto una prestazione a larghi tratti spettacolare, anche favorita, per dirla tutta, dalla follia di Baselli che ha privato troppo presto il Toro del suo apporto.

Facciamo un passo indietro di qualche giorno e torniamo alla partita interna contro la Fiorentina: il repertorio rivisitato in lungo ed in largo di che cosa sia una brutta gara, bloccata da un tatticismo esasperato nell’unico copione possibile, una squadra arroccata a difesa dei propri 16 metri ed un’altra alla ricerca disperata di spazi.

E’ ovvio che per il pubblico, nonchè per l’estimatore e per l’esteta, il divertimento è assicurato da un incontro aperto, nel quale si pensa più ad offendere che a difendersi. Si deve però essere d’accordo in due. La squadra che viaggia, se prepara una gara esclusivamente di contenimento, nell’intento di salvare la ghirba, pone seri paletti alla spettacolarità del match. Qualcuno dirà che contro la Juventus non ci sono tante scelte, ma è pur vero che un pizzico di “rischio” potrebbe essere pagato bene, lo testimonia il finale del secondo tempo della Viola allo Stadium, nel quale i bianconeri in superiorità numerica sono stati costretti a fare diga a protezione della rete di vantaggio.

Ecco il fulcro del ragionamento. Dopo una partita tirata e sofferta, nella quale lo spettacolo viene sacrificato alla pragmatica del risultato, quanti punti vengono incamerati vincendo? Pare 3, fino a prova contraria. E che succede se la partita giocata fa spellare le mani agli spettatori dai così tanti applausi? Se si vince, fa sempre  3 punti, non 1 di più.

Ebbene questo spiega, una volta per tutte, la costante di vittorie e di risultati positivi della Juventus, rispetto ai competitors, primo fra tutti il Napoli. Gli azzurri partenopei hanno bisogno di giocare bene come il pane, ogni partita deve essere uno spettacolo, una prestazione di alto livello, pena il non conseguimento del risultato. Il Napoli è condannato a giocare bene, altrimenti può andare incontro a rovesci inopinati.

La Juve no. La Juve è certamente  attrezzata per giocare un buon calcio, ma è soprattutto sgamata nel sapere trarre il massimo anche da giornate non eccellenti. La giocata del singolo sopperisce alla difficoltà di manovra, l’abitudine alla pressione aiuta non poco a gestire i differenti momenti di ogni performance, l’esperienza di stare ai “piani alti” fa digerire più facilmente le pause e le contrarietà. Anche sacrificando un poco il gioco alla praticità? Assolutamente sì, quasi che si trattasse di un marchio di fabbrica.

In ultima analisi, a gioco lungo vince chi ha la capacità di ottenere vittorie e punti soprattutto nelle partite “sporche”, quando l’avversario tende a distruggere più che a costruire, ovvero se la forma non è ottimale, ossia quando alcuni elementi essenziali non sono in giornata. Chi gioca sempre al massimo per necessità di impianto di gioco, dà senza dubbio più spettacolo, ma è destinato a pagare ob torto collo le giornate prive di ispirazione. A lungo andare la classifica impietosamente testimonia la dura realtà.

Pare banale pensare che gli juventini si siano divertiti molto meno mercoledì dopo l’1 a 0 contro la Fiorentina, che dopo il 4 a 0 rifilato nella stracittadina ad un Toro, più vitello che torello. Eppure ai fini della stagione, indipendentemente dal fatto già citato che il prodotto è di punti 3 in entrambi i casi, la gara contro i Pioli – boys è di un’importanza superiore, non fosse altro perchè ha permesso di affrontare il derby nel giusto modo mentale e di serenità nervosa.

Il turn over obbligato, per centellinare le forze per tutta  una stagione lunga e  logorante, costringe ad una rotazione dei singoli a scapito dell’affiatamento e della manovra a memoria. Il gioco ne risente, lo spettacolo pure, ma fortunato chi la panchina lunga ce l’ha e pazienza se si è meno “belli”.

Si vince giocando bene, certo che sì, ma se si vuole essere in testa alla fine di tutto, si deve vincere anche giocando così così. Non ci sono santi, come chiosava Lucifero.

Immagini tratte da   firenze.repubblica.it   e   pagineromaniste.com