E se per vincere lei, si dovesse prima perdere lui?

E se per vincere lei, si dovesse prima perdere lui?


Nei giorni che separavano la Juventus dalla disfatta di Cardiff, in tanti si sono affannati a tirare fuori statistiche e cabale che riguardavano le finali del passato, per spingere in qualche modo i ragazzi di Allegri verso la tanto agognata vittoria. C’è stato chi, ad esempio, ha richiamato la curiosa ricorrenza (puntualmente e mestamente sfatata) dei “7 anni” che vedeva un’italiana vincente a cadenza regolare dalla stagione 1989/1990, oppure chi aveva ricordato come in entrambe le vittorie juventine (Bruxelles 1985 e Roma 1996) i bianconeri avevano sfidato gli allora detentori del titolo, laureandosi poi a loro volta Campioni d’Europa. Forse nessuno, però, aveva fatto caso al fatto che sia nel 1985, sia nel 1996, la Juve aveva vinto la Coppa senza però quell’anno vincere il Campionato (parliamo, nell’ordine, di un 6° e di un 2° posto). Solo un caso? Sarà. Eppure se si guarda ancora meglio, in concomitanza di tutte le finali perse (eccezion fatta per quella di Atene del 1983, anno in cui i bianconeri, quasi tutti reduci dal glorioso e dispendioso “mundial” spagnolo, centrarono “solo” la 7^ Coppa Italia), la Juve aveva sempre vinto lo Scudetto: 1972/73, 1996/97, 1997/98, 2002/03, 2014/15 e 2016/17. Ma allora il “triplete” (e pure il doblete eh) è destinato a rimanere un sogno? Perché la Juve si è sempre fermata lì dove gli altri hanno dimostrato di potercela fare?

 

Storie di turnover e panchine lunghe

Al di là dell’approccio mentale alla sfida, uno dei temi più “caldi” di cui si è discusso sabato alla luce dell’evidente calo fisico accusato dagli 11 di Allegri nel secondo tempo, è stato quello relativo alla tenuta atletica dei calciatori. A tal proposito, non si è potuto fare a meno di sottolineare come Zidane, nel corso della stagione, abbia spesso fatto rifiatare i suoi titolari: basti pensare che lo stesso Cristiano Ronaldo ha saltato ben 13 partite tra Copa del Rey eCristiano Ronaldo Alvaro Morata Liga, peraltro senza che questo pregiudicasse minimamente la conquista del titolo nazionale. Il tecnico francese, però, ha avuto a disposizione dei sostituti più che all’altezza (Morata e Asensio) che gli hanno permesso di fare del sano turnover contro squadre di caratura minore. E la Juve? Beh, in riva al Pò la faccenda è stata un po’ più complicata, soprattutto nel reparto avanzato. Dopo l’infortunio di Marko Pjaca a fine marzo, Higuain, Dybala e Mandzukic (più Cuadrado, che però attaccante non è) hanno dovuto tirare la carretta praticamente sempre, senza soluzione di continuità. A tal proposito, non si capisce perché, nonostante il saldo del mercato estivo fosse più che positivo (+23 milioni di euro), a gennaio, contrariamente a quanto accaduto nel recente passato con Borriello, Anelka, Osvaldo e Matri, la società non abbia ritenuto necessario rimpolpare la rosa con l’acquisto di un’altra punta. A molti, in realtà, l’idea di affrontare 57 partite con sole 4 (da fine marzo, 3) punte di ruolo, è parso un azzardo: mai come quest’anno, infatti, un altro attaccante nel girone di ritorno avrebbe fatto più che comodo. Si sarebbe potuto attingere di più dalla primavera? Forse, anche perché nonostante si sia spesso allenato con la prima squadra e nonostante i due esordi, sia in Campionato, sia in Champions League, lo stesso Moise Kean in realtà non è mai stato realmente impiegato con lo scopo di far rifiatare i compagni di reparto.

Paragoni azzardati?

Certo, qualcuno potrebbe obiettare che se il paragone lo si sta facendo con gente del calibro di Isco e dello stesso Morata, allora non si sta parlando di parametri zero arruolati alla meglio nel mercato di gennaio o di ragazzi classe 2000. Ma visto che non si è voluto intervenire nella finestra di riparazione, a questo punto tanto valeva intraprendere la strada della valorizzazione dei giovani, come peraltro già fanno tantissimi altri club a livelloAllegri panchina Juve europeo. Lo stesso Medhi Leris (’98), esterno d’attacco e ottimo prospetto tra i ragazzi di Grosso, è stato convocato una sola volta (finale di Tim Cup) e non è mai stato fatto esordire. E questo perché, probabilmente, come più volte ripetuto da Allegri e da tutto l’entourage di Corso Galileo Ferraris, lo scudetto era come sempre la priorità e non si voleva/poteva correre il rischio di perdere punti per strada affidandosi a calciatori con poca esperienza. Ma, a questo punto, inevitabilmente il “fil rouge” ci si riannoda da solo tra le mani: se non ci si può permettere una panchina “galactica” e non si vuole investire stabilmente sul vivaio, non è che per vincere la “Coppa dalle grandi orecchie” si debba necessariamente dare priorità al cammino internazionale, accettando sia pur a malincuore l’eventualità di perdere il campionato?

A Cardiff senza la carta della disperazione

La maggior parte dei tifosi, sabato sera, ha cominciato a realizzare di non poter più nutrire alcuna speranza di rimonta quando ha visto Dybala, autore di una prova decisamente incolore, uscire dal terreno di gioco per far posto ad un Lemina a tratti imbarazzante (vedasi il maldestro tentativo di contrastare Marcelo nell’azione che ha portatoMoise Kean Champions League il Real al gol del 4-1). Chi vi scrive, invece, a costo di sembrare un folle visionario, è fermamente convinto che la Juve abbia iniziato a perdere nel momento in cui Allegri ha deciso di non portare Kean in panchina. Questo perché la fortuna, a torto o a ragione componente indispensabile per vincere una finale, aiuta gli audaci e i coraggiosi, e un primo segnale di mancanza di coraggio lo si era colto proprio nella scelta di puntare su una panchina ritenuta più esperta e affidabile(?), lasciando invece in tribuna quel “ragazzino” rivelatosi spesso un vero e proprio talismano per il tecnico livornese. Nel momento del terzo cambio appena citato, siete davvero sicuri di non aver pensato anche solo per un momento che potesse essere più utile un altro attaccante (sia pur 17enne) al posto del centrocampista gabonese?

Consigli per gli acquisti

La morale della favola, dunque, non può che essere una: dall’ormai imminente mercato estivo, in un modo o nell’altro, la rosa bianconera dovrà uscire non solo tecnicamente, ma anche numericamenteBuffon Asamoah Benatia rinforzata, soprattutto nel reparto avanzato. Dopo essere entrati nella leggenda con il sesto Scudetto consecutivo e la terza Coppa Italia di fila, l’anno prossimo la finale di Kiev dovrà essere considerata come il vero e unico obiettivo primario, anche perché stavolta rappresenterà davvero l’ultima spiaggia per gente come Barzagli e Buffon, calciatori che più di ogni altro meritano di togliersi questa soddisfazione prima di appendere le scarpette (e i guanti) al chiodo. Il fatto che alla Juve vincere sia l’unica cosa che conti davvero, lo si sapeva già da un po’; ma che per riuscirci, ci fosse bisogno di partire (e arrivare) attrezzati, qualcuno forse ancora non l’aveva capito.

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