Si balla a Torino il vero tango argentino

Si balla a Torino il vero tango argentino


La Juventus che ha condotto in Porto l’ennesima vittoria consecutiva nel proprio santuario è stata tutt’altro che irreprensibile.

Vero che il derelitto avversario di turno, quel Palermo amato dal grande Vladimiro Caminiti quasi quanto la Vecchia Signora, pur con tutto il dovuto rispetto incuteva timori sensibilmente minori, rispetto alla possibile distrazione rappresentata dall’imminente ritorno sulla ribalta europea, però, atteggiamento e concentrazione ostentati da Madama, poco convincenti, hanno tradito un allineamento molto imperfetto ai dettami in vigore sui prati extra peninsulari.

Che il Palio dei Campanili sia poco allenante non è una novità di questi giorni, tant’è che a dispetto dei moduli, più volte cambiati in corso d’opera, o dei giocatori inclini a offendere sparpagliati sul rettangolo verde, la sindrome da braccino corto e il “cuor di criceto” hanno indotto, a punteggio ancora fresco di verniciatura, un inopinato, improvvido, deteriore e grottesco ripiegamento dietro la linea della palla, che ha consentito agli increduli rosanero panormiti un paio d’inquietanti penetrazioni nell’area bianconera, una delle quali sventata soltanto grazie a un prodigioso salvataggio di Asamoah.

La gemma purissima estratta dal “Sivorino” dalla zolla prediletta ha poi divelto ogni ansia e anestetizzato le velleità trinariciute di ripetere il colpaccio perpetrato al San Paolo a scapito dell’aspirante Barcellona delle due Sicilie, ma l’evidente rilassatezza, costellata di ridondante sufficienza nei tocchi e la morsa stritolante della discreta atarassia vigente dalla cintola in giù non sono mai venute meno, a differenza dello stato di assoluta veglia che permeava la coppia argentina, quella comunemente identificata con l’azzeccatissima sigla “HD”, dalla quale, peraltro, sono emanati gli unici, autentici bagliori del tempo di “clausura”.

La seconda frazione, infatti, al netto dei magnifici passi di tango albiceleste, oltre alle sostituzioni e un florilegio di errori tecnici non provocati, ha offerto poco o nulla, se non la rinnovata presa di coscienza dei troppi ungulati che affliggono una rosa non così profonda, come usano dire, sbagliando anche se fa tanto trendy, i commentatori di regime. La varietà rosacea della Signora vanta un numero di petali ad alta fragranza decisamente contati e se ne manca qualcuno il bouquet ne risente subito: in avvenenza, grazia ed effluvio;

a maggior ragione se chi potrebbe ambire all’inserimento nella composizione viene relegato in zone del giardino che non gli appartengono, perché gli si preferisce un cantoniere senz’arte ne parte. Cionondimeno, il “predestinato” ha brillato poco o nulla anche dopo l’innesto nella sua posizione naturale.

La svagatezza, non inusuale, che ha regalato a Chocev un momento di effimera gloria personale, è certamente più ininfluente del colorito diverbio intercorso tra Leonardo Bonucci e la cosiddetta guida tecnica, il cui ascendente sulla truppa è ormai completamente precipitato; a dispetto dell’aulica facundia con cui la retorica cortigiana si spenderà per far credere vivo un cadavere imbellettato.

A scanso d’ipocrisia, la seratina torinese sarà protocollata con il timbro della normale amministrazione; una sorta di riempitivo per non pensare troppo ad altro, nonostante la mente fosse rivolta, pleonastico negarlo, al fascino irresistibile di colei che seduce e poi, nel momento clou, si nega; quella che Marco Masini definirebbe “Bella stronza” e che, nella notte di mercoledì, riapparirà conturbante come e più del solito per obnubilare con la sua malia la rassicurante e scontata presenza di chi, reperibile varcando una porta accanto sempre aperta, è sempre disponibile.

Il desiderio di cogliere un frutto che pare proibito è spasmodico, il rischio di rimediare un’altra cocente delusione da lenire sul pianerottolo di casa, affatto trascurabile, ma ineludibile; non è certo un sacrilegio ambir quel ramo di ciliegio. Speriamo solo che il giardiniere non sia d’intralcio…

Augh!

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