Diritti tv: la Premier doppia gli incassi della Serie A. Colpa di chi non regge il passo della Juventus

Un’indagine interessante condotta da La Repubblica, ha evidenziato le considerevoli differenze di carattere economico che intercorrono fra la Serie A e la Premier League. Nulla di troppo nuovo in verità, perchè del fatto che il campionato d’Oltremanica fatturasse molto più di quello italiano risultavano informati anche i sassi.

I RICAVI SPROPOSITATI DELLA PREMIER – Tuttavia, vale la pena elencare qualcuno dei dati forniti provando ad analizzare le motivazioni del netto divario economico generato dai due tornei. Innanzitutto il ricavo totale dei due campionati a confronto, derivante dai diritti tv: 2,2 miliardi di euro a favore della Premier – che diventeranno 3,6 a partire dalla prossima stagione – contro l’1,169 (lordo) della Serie A nel triennio 2015-2018. E’ dunque abbastanza chiaro il concetto che in terra anglosassone le tv sono disposte a spendere molto di più. Il torneo dove partecipano corazzate del calibro di Chelsea, Manchester United, Manchester City, Liverpool, Tottenham ed Arsenal, infatti, risulta molto più appetibile del nostro. Al di là dell’impresa del Leicester di Ranieri e dell’annata grigia vissuta da molte delle big prese in considerazione. Il punto è che la Serie A non tira più, e risulta assolutamente lontana anni luce dal periodo d’oro rappresentato dagli anni ’90.

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ADDIO AL CAMPIONATO DELLE SETTE SORELLE – Del resto basta contarle le squadre inglesi che, ai nastri di partenza del campionato, si dividono il favore dei pronostici proposti dai bookmakers per la vittoria finale. In totale queste sono sei (naturalmente non tutte poste sullo stesso piano) e, qualora ancora non l’aveste capito – o ricordato – il numero è molto vicino a quello che precedeva il nome delle “Sette sorelle” italiane, ovvero 7. Queste erano la Juventus, il Milan, l’Inter, la Roma, la Lazio, la Fiorentina e il Parma (anche in questo caso non tutte poste propriamente sullo stesso piano). Sono passati poco meno di 16 anni dal termine di quell’epopea fantastica, e che l’intero mondo del calcio internazionale ha invidiato. L’Italia era rappresentata all’estero da club molto forti, in grado di arrivare in fondo a qualsiasi competizione europea. Fosse anche la Coppa delle Coppe che, difatti, si è congedata dal pubblico nel 1998-1999 con la Lazio di Eriksson ultima vincitrice. Era il tempo del Milan degli olandesi, che dettava legge in Europa durante la prima parte del decennio. Poi la Juventus di Marcello Lippi, protagonista di un triennio consecutivo condotto ai massimi livelli del panorama calcistico grazie alle tre finali di Champions disputate. Nel mezzo l’infinità di Coppe Uefa dal sapore tricolore, conquistate sia dalla Juventus che dal Parma e dall’Inter. Si è trattato del dominio complessivo dell’Italia nel mondo, un’epoca in cui il più bello (e difficile) campionato si svolgeva proprio da noi.

 

PREMIER LEAGUE (2,2 mld) - Un solo dato, utile a far capire la supremazia inglese: il Qpr, fanalino di coda per quanto riguarda i proventi di questa stagione, incassa più di Bayern Monaco, Psg e altri grandissimi club. E il nuovo accordo per la cessione dei diritti in Cina farà aumentare ancora di più il divario.
PREMIER LEAGUE (2,2 mld) – Un solo dato, utile a far capire la supremazia inglese: il Qpr, fanalino di coda per quanto riguarda i proventi di questa stagione, incassa più di Bayern Monaco, Psg e altri grandissimi club. E il nuovo accordo per la cessione dei diritti in Cina farà aumentare ancora di più il divario.

LE LORO PICCOLE GUADAGNANO PIU’ DELLE NOSTRE BIG – Un torneo che oggi, però, il giornale diretto da Mario Calabresi non esita a definire noioso, a dispetto della gioia profusa da quello d’Oltremanica. Del resto succede che la Juventus riesce a vincere lo scudetto con tre turni di anticipo rispetto alla chiusura dei giochi, nonostante i dieci di vantaggio concessi ad inizio stagione. Non come in Premier dunque, dove il Leicester può permettersi di scrivere la favola più bella della storia recente in mezzo a tante candidate “vere” per il successo. Ma partiamo da una doverosa premessa: al termine dell’ultimo campionato, la squadra che fu di Nigel Pearson ha portato a casa qualcosa come 98 milioni di introiti tv (la Juve in Italia soltanto 94,1), lasciati in eredità a Claudio Ranieri, nonostante abbia concluso al 14esimo posto come il Chievo Verona in Serie A. Eppure tra Foxes e gialloblu la differenza generata dai ricavi – al di là di quelli provenienti dal botteghino e dal commerciale – risulta abissale: circa 78 milioni. Una cifra che fa rabbrividire. Ricordandoci che la squadra di Vichai Srivaddahanaprabha, naturalmente, non è stata nemmeno la più pagata. Il titolo del 2014-2015 dei paperoni è spettato difatti al City vice-campione con 135 milioni. Cifra che peraltro simboleggia una maggiore equità nella spartizione fra le società dei guadagni di Premier League.

LA CAUSA? E’ CHI NON PUO’ SOSTENERE IL RITMO DELLA JUVENTUS – E’ dunque una Serie A letteralmente bistrattata dal mercato dei diritti tv in favore del calcio d’Oltremanica e non solo. Ad ogni modo bisognerebbe fare attenzione nel giudicare il campionato italiano noioso perchè la Juventus ancora una volta si è rivelata corazzata irraggiungibile per le avversarie. Più che altro nel progetto portato avanti dall’avvento del trio Agnelli-Marotta-Nedved. La verità è che nel nostro calcio manca la quantità delle concorrenti vere, adeguate. Mancano gli investimenti e la programmazione. Nello specifico, mancano le milanesi dalla corsa per il titolo, oramai ridotte al tentativo di afferrare l’Europa League che, peraltro, spesso addirittura non riesce. Il Milan è una società senza il benché minimo piano di progettazione del futuro, che tira a campare facendo leva sull’approssimazione. Berlusconi ha smesso già da un pezzo di mettere i soldi sul piatto ed oggi rincorre fusioni asiatiche. Certo è che, quando poi qualche quattrino sul mercato viene investito ed i risultati rimangono comunque quelli attuali, allora si palesa anche un problema di individuazione degli obiettivi e quindi di figure che siano in grado di scovarli. Sorte non troppo diversa anche per l’altra metà di Milano, rappresentata dai cugini nerazzurri. L’arrivo di Thohir ha fatto sperare in una riscossa mai avvenuta in realtà, e che tutt’ora appare distante anche per gli anni a venire. Ma non si tratta soltanto della compravendita di calciatori. Certo l’assenza di grandi campioni tra le fila delle due compagini mantiene alto il suo peso nella rincorsa a colmare il gap con la Juventus, oltre che alla caduta libera generale dell’appeal del nostro campionato agli occhi esteri. Tuttavia anche strutturalmente si piange miseria, con progetti proposti e pronti a decollare ma di cui poi si sono perse le tracce. E’ il caso della nuova casa del Milan, forse svanita con l’addio della “lezione di marketing di Mister Bee”. E, per la cronaca, entrambe al termine dell’ultima stagione hanno goduto di introiti tv pari a 76 milioni di euro, valsi il secondo posto dietro i bianconeri in questa speciale classifica.

Sotto questo aspetto anche la Roma è rimasta ai plastici e ai modelli 3D. Pallotta rassicura l’edicolante di fiducia sulla celerità dei lavori, ma la realtà dei fatti è che dopo due anni di parole ancora si dialoga con finanziatori, architetti e costruttori. Il tutto mentre la squadra continua ad essere incensata più o meno da chiunque alla vigilia di ogni campionato per poi deludere le aspettative nonostante i rinforzi. Scorre via anche il resto delle vecchie glorie del recente passato italico, dalla Fiorentina alla Lazio (in realtà ridotte alla sopravvivenza, considerata la debole forza economica di cui si dispone a Firenze e Roma), e fra queste a sorprendere più di chiunque altro è forse il Napoli. De Laurentiis, del resto, è un patron che non si tira indietro quando si tratta di spendere per incrementare la qualità della rosa (farlo bene o male richiede un’ulteriore analisi), ma non è un magnate. E anche in questo caso il sogno del nuovo San Paolo ha subito forti ridimensionamenti, sfociando in una “semplice” – al momento – ristrutturazione. Il complesso groviglio che intrappola le società italiane, estremamente sintetizzato fra l’altro, non permette dunque di vendere il prodotto Serie A all’estero. La massima serie italiana è un marchio ridimensionato ad oggi, come le squadre che vi prendono parte, ancorato al passato come i suoi stadi e persino le sue (solite) polemiche. Il brand di casa nostra andrebbe dunque svecchiato attraverso investimenti strutturali, il taglio della burocrazia sulla questione stadi, la stipulazione di accordi ai vertici societari per il ritorno alla competitività legata al mercato dei calciatori. Se vincere aiuta a vincere, forse i soldi non potranno che richiamare altri soldi, inutile girarci attorno.

ASPETTANDO LE ANTI-JUVE – Per permettere al brand nostrano di crescere servono capitali nuovi da investire, in modo da tornare competitivi anche sul piano internazionale. E serve che lo facciano tutte le grandi squadre, per permettere grossomodo l’allineamento degli obiettivi. Perchè se la Serie A non gode più del solito appeal, la causa non è certamente da ricercare nello strapotere sportivo della Juventus. La squadra bianconera fa semplicemente ciò che deve fare, e per la quale è nata, ovvero vincere. La noia, casomai, deriva da avversari incapaci di colmare il gap formatosi nell’ultimo quinquennio.

Rocco Crea (Twitter @Rocco_Crea)

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