Le parole di Buffon al Mapei Stadium e gli schiaffi che risvegliarono la Juventus

Le parole di Buffon al Mapei Stadium e gli schiaffi che risvegliarono la Juventus


Sembrava una vita fa, un campionato diverso da quello tutt’ora in corso, una squadra diversa da quella che soltanto ieri sera ha centrato la 24esima vittoria in 25 partite. Henri Bergson diceva che “il tempo reale è solo il presente, non esiste il passato come non esiste il futuro, il tempo non è una linea piena di punti che si può modificare, noi possiamo solo vedere e misurare il sommarsi dei punti del tempo che è scandito da un orologio, ma non abbiamo nessuna facoltà di modificare il tempo“. Poi venne Einstein, con la sua legge della relatività a rivoluzionare tutto: lui ipotizzava che il tempo potesse addirittura “rallentare”, ossia che il tempo fosse relativo all’evento e venisse condizionato dalla velocità e dalla forza di gravità. E molto probabilmente aveva ragione lui, perché è difficile credere che il tempo abbia avuto la stessa velocità dal 28 ottobre 2015 ad oggi.

RINASCITALe parole feriscono, le parole possono far molto male. La sera del 28 ottobre 2015, al Mapei Stadium, di stracci devono esserne volati parecchi, all’interno dello spogliatoio della Juventus: perché nel calcio vale la regola dell’iceberg, ossia quello che si viene a sapere è soltanto la punta di quanto successo di nascosto agli occhi dei più. La faccia di Gigi Buffon era tirata come non mai: la barba incolta, lo sguardo fisso e la voce cadenzata, il silenzio dello studio televisivo collegato in quel momento in diretta. Non una domanda, non un commento da parte di opinionisti o giornalisti. Quello era il momento di tacere: per loro, abituati a dar voce al circo mediatico orbitante attorno al rettangolo verde, per quelli che hanno ascoltato Gigi nello spogliatoio. Non dev’essere stato piacevole, tutt’altro.

Quella sera la voce di Gigi Buffon aveva l’incedere di un’enorme onda che si abbatte contro una scogliera: calma e potente, rabbiosa e consapevole della propria forza dirompente, silenziosa e devastante. Quella sera Gigi Buffon ha fatto il capitano: ha alzato la voce, ha fatto da parafulmine a tutto il mare di critiche che in quel momento pioveva giustamente sulla testa dei bianconeri. Altri non ne avrebbero sopportato il peso, lui quel peso l’ha sollevato e buttato via lontano.

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Quella sera Gigi Buffon ha lanciato la straordinaria rimonta della Juventus: “A 38 anni non ho voglia di fare figure come quella di stasera, figura da pellegrini…dobbiamo tornare con i piedi per terra. Con la maglia della Juventus, se non si ha voglia di lottare e sudare, si rischiano figure peggiori che con qualunque altra maglia. Oggi, in una partita importantissima, abbiamo giocato un primo tempo indegno, non abbiamo vinto un contrasto aereo né a terra: 45 minuti senza intensità emotiva, senza mordente. Dobbiamo migliorare anche nel senso di responsabilità. Credo che dovremo incominciare a protestare un po’ meno con gli arbitri ed essere più umili con noi stessi… se fossimo una squadra normale o di provincia tornerei a casa soddisfatto della reazione in 10, ma conoscendo i nostri obiettivi non posso che essere amareggiato. La crisi di risultati dovuta alla fase di rinnovamento poteva reggere fino a 4 domeniche fa, ma dopo una serie di prestazioni importanti nell’ultimo mese non puoi fallire un tempo come stasera a Sassuolo. Lo scudetto? Sono molto pratico, penso che se siamo quattordicesimo posto bisogna concentrarsi sul tredicesimo posto“.

La sera del 28 ottobre 2015 la Juventus aveva 12 punti, ed era lontana di 10 dal primo posto occupato in quel momento dalla Roma. La domenica successiva si sarebbe giocato il derby: le parole di Gigi Buffon avevano acceso la miccia, il gol di Cuadrado al 94′ ha fatto scattare una scintilla che nessuno è riuscito più a spegnere.

Gennaro Acunzo

 

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