Juve, profumo di scudetto

Juve, profumo di scudetto


Esageratamente sciupona, ma determinata ad accorciare quanto prima la sofferenza dell’agonizzante campionato maggiore, la Juventus ha fatto strame di una Lazio più fragile della carta di riso che, tuttavia, in virtù di qualche sesquipedale errore di finalizzazione bianconero e dell’ottima prestazione di Marchetti, era riuscita inopinatamente a raggiungere la pausa di mezza gara con un solo goal al passivo.

Quella dei biancazzurri, apparentemente rivitalizzati dal giovin demiurgo altrimenti noto come l’Inzaghi minore, è stata una comparsata di brevissima durata: pochi minuti iniziali di sterile possesso palla concesso da un attendismo zebrato, comunque attento e compatto, poi, il progressivo innalzamento del baricentro, l’aumento del ritmo e lo sfruttamento intensivo delle corsie laterali con la littorina svizzera ( in grande spolvero ) e A. Sandro imperversanti senza soluzione di continuità, hanno di fatto costretto la Lotito band in un angolo dal quale mai è stata in grado di affrancarsi.licht

L’inconsistenza laziale, resa peraltro abbagliante dalla facilità con cui la capolista si impadroniva della seconda palla in uscita dalla difesa, anestetizzando così ogni velleità di ripartenza avversaria, minimizzava l’evanescente apporto di Hernanes a una causa nuovamente esaltata dal ritorno in cattedra del “Sivorino”, che angelico come un serafino di Klopstock e terribile come un diavolo di Milton, spargeva la propria immanenza in ogni settore del rettangolo verde componendo, con il mancino fatato, autentici ditirambi.

La diversità delle motivazioni fra le contendenti si è stagliata in tutto il suo nitore sin dai primissimi vagiti del tempo di clausura, giacché è ragionevole supporre che solo per approssimativa concentrazione, tale Patric, già ammonito in precedenza, abbia steso con noncurante disinvoltura “u picciriddu” obbligando così i compagni ad un’inferiorità anche numerica.

In quel preciso istante la partita è diventata materiale per almanacchi e i campioni d’Italia si sono consegnati a una sorta di allenamento agonistico, durante il quale la tentazione di maramaldeggiare ha sostanzialmente pareggiato quella di dedicare il minutaggio residuo a uno stucchevole fraseggio di conserva. Tant’è che la rotondità del punteggio finale non ha reso pienamente giustizia alle risultanze del campo.

Il traguardo è vicino e il relativo striscione ormai a vista. Quella che la guida tecnica definì una “cronometro”, se Madama saccheggiasse la Medicea potrebbe concludersi alle ore 16.45 circa di lunedì prossimo, qualora dall’Olimpico capitolino scaturisse un verdetto favorevole. Diversamente, poco male; Madama spegnerà le luci del torneo nell’habitat domestico, un luogo di cui ben conosce il posizionamento degli interruttori.

Al presente, pur in difetto di ufficialità e a prescindere dai rilevi critici volti al suo possibilissimo miglioramento, per i quali ci sarà modo e tempo, è giusto levarsi il cappello al cospetto di una squadra che sta compiendo un’impresa la cui portata, forse, non è correttamente percepita dai contemporanei, ma che in futuro verrà ricordata con toni giustamente epici.

Vale la pena di gustarla pienamente. Un giorno, auspicabilmente lontano, gli amanti della Signora acchiappascudi che hanno avuto il privilegio di godersi questo quinquennio in “diretta”, potranno con orgoglio raccontarlo ai giovani virgulti affermando: “Io c’ero!”

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