De profundis affrettati e sentenze già scritte: Juve, tappati le orecchie

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Se il buon Aristotele avesse letto certi articoli partoriti dopo Juventus-Genoa, probabilmente si sarebbe arrabbiato. E non poco. Tanti anni di studio tramandati ai posteri, sprecati dopo soltanto 90 minuti di partita? Ebbene sì, stando a tutti i “de profundis” che da più parte vengono recitati. E non, sia chiaro, da parte della stampa prettamente partenopea, bensì da quella nazionale, dall’alto di una (chi-l’ha-mai-vista) aura di imparziale competenza. Ne vinci dodici di fila in campionato, tre in Coppa Italia: prestazioni quasi sempre brillanti, autoritarie e spumeggianti. Ne vinci una – UNA – con fatica e difficoltà, contro una squadra rognosa come il Genoa, ed ecco che partono le sentenze. Squadra stanca, logora, con le pile scariche, quattro mesi di vittorie cancellati in un colpo solo.

“Del particolare non si dà scienza”, diceva il filosofo e scienziato di Stagira: cosa c’entra lui? Il cosiddetto metodo aristotelico stabilisce che la conoscenza proceda dall’universale al particolare, ossia si può partire da una legge universale per giungere poi a conclusioni particolari. Tradotto nel calcio? Non si può prendere una singola partita (nel nostro caso, Juventus-Genoa) per stabilire una conclusione valida (legge): se si dovessero ripetere “altri” Juventus-Genoa, allora avremmo una tendenza, e potremmo dunque dire con dovizia di particolari che i bianconeri sono stanchi, ecc. ecc.  Dall’universale (più partite “sporche”, per citare Allegri), al particolare (squadra logora). Ma così non è, almeno per ora.

I giornalisti italiani invece capovolgono completamente i termini della questione: se la Juve è stata poco brillante in una partita, vuol dire che è stancaIl particolare quindi dà scienza, e tanti saluti ad Aristotele ed alla sua logica: fa niente se non esistono ancora (e speriamo non esisteranno mai) prove di questo ragionamento. A tanti “colleghi” basta il particolare per arrivare all’universale: il metodo induttivo che loro applicano (consapevolmente o meno? Propendiamo per la seconda ipotesi…) può essere sì fonte di conoscenza, ma dopo l’intuizione arriva l’intelletto a supporto. E sarebbe il caso di aspettare almeno Frosinone-Juventus prima di emettere sentenze del genere.

Quali sono i fatti citati a supporto di questa tesi? La scarsa brillantezza messa in mostra allo Stadium mercoledì sera. Eppure chi segue il calcio dovrebbe sapere benissimo che i cali di tensione, fisici o mentali, sono sempre dietro l’angolo nel calcio moderno, e l’ha ammesso anche un senatore come Barzagli nel post-gara. Altra “tesi”: gli infortuni, segnale di logorio. Andiamo nel dettaglio: Caceres è purtroppo un infortunato “storico”, e si è fatto male in uno scontro di gioco. Idem Asamoah, che tra l’altro sarà disponibile per il Napoli, mentre la ben nota fragilità di Khedira esula da ogni discorso legato alla Juventus. Sia lui che Mandzukic torneranno a breve, mentre Lemina e Pereyra sono a tutti gli effetti rientrati. Chi segue il calcio dovrebbe capire di calcio: dovrebbe…

Ha dunque senso parlare di “problema infortuni”? Certo, i numeri sono quelli, da almeno due anni: ma il discorso va fatto a prescindere dal momento attuale. Gli stop sono tanti, ma se ne parla soltanto dopo Juventus-Genoa: in questo caso il metodo aristotelico si potrebbe applicare, perché dall’universale (i tanti infortuni) si potrebbe trarre una legge (alla Juve ci si fa male troppo spesso). Eppure tutti se ne ricordano soltanto a pochi giorni da Juventus-Napoli, quasi come a sottolineare che nell’ambiente bianconero non giri più tutto come prima.

L’atavica smania di emettere giudizi è costume tipico di certa (dis)informazione italiana, pronta poi a smentire se stessa alla prima dimostrazione del contrario. Se invece le cose vanno nell’altro modo, scatta la gara del “io l’avevo detto prima”. A ognuno il proprio mestiere, verrebbe da dire: e fortunatamente Max Allegri e i calciatori della Juventus non fanno i giornalisti sportivi. E nemmeno Aristotele.

Gennaro Acunzo

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