66 anni fa la prima partita in tv: l’inizio di un’evoluzione diventata pericolosa

Esattamente 66 anni fa, il calcio italiano entrava in una nuova era. Il 5 febbraio del 1950, infatti, per la prima volta veniva trasmessa in tv una partita di calcio. A Torino arrivarono persino i Vigili del Fuoco per posizionare le telecamere a bordo campo per riprendere Juventus-Milan, primo match ad essere visibile da casa. A vedere la partita furono i pochi possessori di un televisore nell’area torinese, che probabilmente non ricorderanno con piacere quel giorno, visto che la Juventus perse 7-1 contro i rivali rossoneri (ad oggi, la peggior sconfitta della storia juventina). Quel che conta, comunque, è che il 5 febbraio 1950 ha segnato una vera e propria svolta nella storia dello sport più bello del mondo.

Il calcio da quel Juve-Milan è cambiato molto. Anzi, sarebbe meglio dire che è stato cambiato, proprio da quella televisione e dalla sua audience, portando alcune novità positive ed altre decisamente negative. Senza dubbio gli aspetti positivi sono legati all’aumento esponenziale di popolarità che questo sport ha avuto grazie alla TV: grazie a quell’innovazione rivoluzionaria il calcio nella seconda metà del Novecento è diventato in assoluto lo sport più seguito ed amato, in Italia ma anche nel resto del mondo. Il pubblico è aumentato a vista d’occhio, e dalle poche decine di migliaia di persone che andavano allo stadio, i tifosi sono diventati milioni, che si giocasse a Torino, Milano, Roma o Napoli.

Con la tv, poi, è nata anche quella che potremmo definire “l’azienda calcio”. Meglio dire “grazie alla tv” o “per colpa della tv”? Qui il dibattito che si potrebbe aprire è enorme e riguarda la dimensione mostruosa che il calcio ha raggiunto oggi: da un lato senza la tv oggi i calciatori non avrebbero stipendi al limite dell’indecente, ma è anche vero che l’avvento della tv e l’aumento di popolarità di questo sport hanno creato migliaia di posti di lavoro legati in qualche modo al mondo del pallone. Meglio, però, non addentrarci troppo in questo dibattito potenzialmente infinito. Meglio invece analizzare i cambiamenti profondi che il calcio ha subito negli ultimissimi decenni, legati allo sviluppo dell’industria della televisione.

Si scrive calcio, si legge soldi. E se ne sono accorti anche i grandi imprenditori legati al mondo della televisione. L’avvento delle tv a pagamento ha letteralmente rivoluzionato il calcio, con un processo lento che oggi si sta portando a compimento. La contemporaneità delle gare delle 15 si è lentamente trasformata nel “calcio spezzatino” che conosciamo oggi. Le televisioni hanno bisogno di più partite possibile da trasmettere in orari diversi, per la gioia delle casse delle varie federazioni. Se nemmeno una decina di anni fa al massimo c’erano un posticipo ed un anticipo, oggi il weekend calcistico si è trasformato nel perfetto palinsesto televisivo: uno o due partite alle 18 del sabato, una alle alle 20:45, poi l’anticipo delle 12:30 di domenica, un paio di posticipi alle 18 e infine uno alle 20:45. Le poche partite che restano sono destinate alla domenica pomeriggio, ma raramente sono più spettacolari di un Chievo-Carpi o di un Bologna-Atalanta. E dire che in Italia possiamo considerarci ancora in ritardo, visto che in altri paesi europei come in Inghilterra raramente più due partite si giocano contemporaneamente.

Quasi drammatica, oggi, la situazione legata alla pay tv. Per quel che riguarda l’Italia, infatti, oggi restano in chiaro solo la Coppa Italia e le partite della Nazionale: il resto è tutto preda dei colossi Sky e Mediaset, che si spartiscono a suon di milioni il meglio del calcio. Per seguire la propria squadra del cuore, quindi, bisogna semplicemente pagare abbonamenti che sono sempre più cari. Se a questo colleghiamo l’aumento dei prezzi dei biglietti allo stadio, si corre il rischio che quest’impostazione consumistica si ritorca contro il calcio: il rischio concreto è quello che il tifo diventi sempre più di nicchia.

Troppo facile e banale, certo, concludere con un semplice “si stava meglio prima”. E’ però vero che il calcio ormai sembra essere andato fin troppo oltre nel suo processo di sviluppo legato al mercato della televisione e si sta allontanando sempre di più dai princìpi e dai valori che caratterizzano il tifo. Non è più un calcio per i tifosi, è un calcio per i clienti. Un passo indietro è doveroso, anche se minimo: lo sport più bello del mondo va restituito al più presto al suo vero proprietario, il tifoso.

Alessandro Bazzanella

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