GdS - Antonio Conte si racconta: "Devo concludere la promessa fatta ad Andrea Agnelli"

GdS – Antonio Conte si racconta: “Devo concludere la promessa fatta ad Andrea Agnelli”


Antonio Conte è stato intervistato dalla Gazzetta dello Sport. L’ex bianconero ha parlato ovviamente anche di Juventus, del suo approdo a Torino prima da giocatore e poi da allenatore lasciando delle indicazioni sul suo futuro. Queste sono le sue parole:

L’arrivo a Torino, alla Juve come fu? “Vennero a vedermi Vycpàlek e poi Sergio Brio. A novembre ebbi due proposte :Roma e Juventus. Poi mi chiamò Boniperti per dirmi: “Devi venire alla Juve, passami mamma”. Lei era molto riservata, insomma non voleva parlargli. Voleva rassicurarla che a Torino avrei trovato un’altra famiglia”.

Passare da Lecce a Torino non dovette esser semplice… “Arrivai a novembre del ’91 alla Juve. L’impatto fu traumatico. Ricordo che ero in albergo ad aspettare il dottor Agricola per fare le visite mediche. C’era una nebbia che non si vedeva a un metro e per me, che venivo dal sole e che fino a ottobre andavo al mare, fu un trauma. Il primo anno alla Juve fu difficile per il clima, per tutto. Io davo del lei a tutti i giocatori, non riuscivo a dar loro del tu: per me erano idoli visti nelle figurine. Ritrovarmi accanto a Baggio, Schillaci, Julio Cesar mi sembrava un sogno. Al presidente davo anche del voi, perché da noi, al sud, il voi è superiore al lei”.

Lei arriva ad allenare la Juve, che aveva finito 7a in classifica, e le fa vincere 3 scudetti di seguito… “È stata l’unica volta in cui mi sono proposto a una squadra. Mi sono proposto ad Andrea Agnelli. Avevo fatto bene a Bari. A Siena stavo per vincere il campionato di B. Un collega, Silvio Baldini, mi dice “Antonio, vuoi allenare la Juve? Devi fare come Guardiola, che si è presentato al presidente del Barcellona per chiedergli la squadra. Parla con Agnelli”. Pensai fosse matto, però l’idea mi restò in testa. Alla fine feci un lungo colloquio con Andrea. Gli dissi: “Il calcio oggi si gioca con intensità,c’è possibilità di entrare subito in Champions, ma bisogna riportare determinati valori. Il primo, per me, è il senso di appartenenza. Il giocatore non si deve mai sentire di passaggio, deve pensare di poter scrivere la storia della sua squadra”. Ho fatto questo discorso ad Andrea, uomo di vedute coraggiose. Ero entrato con zero chance. Uscii che le mie quotazioni si erano alzate… “.

E fu nominato. “La Juve veniva da un periodo difficile e infatti si fece piazza pulita. In questo mi aiutò molto Paratici. Volli parlare con tutti i giocatori. La rosa era buona. Ma Fabio mi avvertì: “Ci sono dei problemi, proprio per quel senso di appartenenza che per te è così importante”. Aveva ragione. Mandammo via tanti giocatori, anche di spessore. Arrivarono Pirlo, Vidal, Lichtsteiner, Vucinic, Giaccherini…”.

Giocatori che a lei piacevano per la motivazione, oltre che per la qualità, come Pirlo… “Andrea era stato scaricato dal Milan. Quello che mi colpì fu la sua serietà durante gli allenamenti. Erano duri, all’inizio. Volevo mandare un segnale chiaro a tutti. Volevo dire subito che solo attraverso il sacrificio, l’impegno e facendo più delle altre squadre avremmo potuto tornare in Champions. E Andrea fu un esempio: non diceva mai una parola, sempre concentrato e disponibile. Questo metteva chiunque volesse lamentarsi per la fatica nella condizione di non poterlo fare”.

Quale fu la scelta tattica? “Io ero partito con un’idea di fare un 4-2-4. All’inizio giocammo così, i due centrocampisti erano Pirlo e Marchisio. C’è stata poi una lenta metamorfosi e arrivammo al 3-5-2, poi è diventato il marchio di quella Juve. Durante la prima partita col Parma cambiai e feci entrare Vidal. Così diventò un 4-3-3 e vincemmo 4-1. Un allenatore deve essere duttile, mai ideologico. Noi dobbiamo essere bravi in questo, tenendo a mente che ci sono dei principi e devi avere un’idea. Perché quando si dice che i moduli sono solo numeri si dice una cosa sbagliata. Ogni sistema ha un’idea dietro, ci sono giocate memorizzate, c’è la fase offensiva, la fase difensiva, la fase di conquista, c’è la decisione di andare a pressare alto, basso… Alla Juventus si creò un’alchimia unica tra tutti. Ci si dimentica che il primo anno finimmo imbattuti e il terzo siamo arrivati a fare il record di 102 punti. Oggi la Juve, che pure ha fatto un campionato straordinario, non potrà eguagliare quel risultato”.

Perché negli otto anni di scudetti, né nel ciclo suo né in quello di Allegri, la Juventus riesce a vincere in Champions? “Parliamo di cicli totalmente diversi. Io prendo una Juve non protagonista assoluta, anzi scomparsa dalla Champions. Avevamo giocatori buoni con poca esperienza, tranne Pirlo, in Champions. Di qui i risultati. Il Chelsea era arrivato 10°, non aveva partecipato neanche all’Europa League. Abbiamo vinto la Premier e l’anno dopo fatto la Champions. Passato il primo turno, siamo usciti con il Barcellona. Cicli diversi. In quegli anni si faceva di necessità virtù. Non mi è mai capitato di prendere una squadra ai vertici. Sono sempre partito da situazioni difficili e sono riuscito a conquistare la vetta. La Juve oggi è cresciuta. La struttura è al livello delle prime 3-4 del mondo”.

Cosa pensa dell’eliminazione della Juve con l’Ajax? “La Champions non è il campionato. Il campionato di solito lo vince la squadra più continua. La Champions spesso è decisa da partite alle quali arrivi nel momento giusto o nel momento sbagliato. Un infortunio in più, in meno, palo-rete, palo-fuori. Detto questo può esserci sempre la sorpresa nel percorso. Come l’Ajax. Ci sono squadre più forti, parliamoci chiaro. L’Ajax ha undici giocatori effettivi, nella fase di possesso e nella fase di non possesso. Giocatori che hanno entusiasmo, voglia di correre con e senza palla, di andare in avanti, difendersi in avanti e non in braccio al portiere. E occhio al calcio inglese: abbinano mezzi economici a una nuova cultura tecnica. L’avvento di tanti allenatori stranieri ha travolto la vecchia mentalità che sottovalutava l’aspetto tattico. Che ora si sposa con l’ardore e l’intensità inglese”.

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Perché lei decise all’improvviso di andare via dalla Juve? “Erano stati tre anni molto intensi, avevamo portato la macchina a spingere più di quanto potesse. Anni molto logoranti, sotto tutti i punti di vista. Penso che anche nelle migliori famiglie si possa litigare. In quei tre anni ho dato tutto me stesso. Come ho fatto ovunque sia andato. Mi sentivo in debito con Agnelli. Ricordo la promessa fatta: “Ci vorrà tempo, ma l’obiettivo è tornare sul tetto del mondo”. Non sono riuscito a completare la promessa”.

E tornerebbe un giorno per completare questa promessa? “I matrimoni si fanno in due. La Juve ha iniziato un percorso e penso che siano molto contenti di Allegri che sicuramente ha continuato il lavoro, sta facendo molto bene. Un domani non si sa mai”.

Una società che voglia Conte cosa deve proporgli? “Oggi se qualcuno mi chiama sa che io devo incidere, con la mia idea di calcio e con il mio metodo. Non sono un gestore, non credo che l’obiettivo di un allenatore sia fare meno danni possibile. Se pensano questo, le società non mi chiamino. Trovo umiliante per la categoria sentire una cosa del genere. Io voglio incidere, perché sono molto severo con me stesso. Poi ho un problema: la vittoria. Che sento come l’obiettivo del mio lavoro. Il percorso per arrivarci è fatto di lavoro, di sacrificio, di unità d’intenti, di pensare con il noi e non con l’io. Non ne conosco altri”.

Vale anche per Inter o Milan? “Vale per qualsiasi squadra. Io devo avere la percezione dipoter battere chiunque. Devo sentire che vincere è possibile. Altrimenti, senza problemi, posso continuare a restare fermo”.

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