L’enorme dignità di Andrea Agnelli è la risposta migliore che potesse arrivare

Chissà come ci si sente. Al suo posto, lì, tra scartoffie e trofei. Lassù, a prendersi attacchi e pacche sulla spalla; a gestire, organizzare, ordinare. Chissà come, davvero. A manovrare ‘paura’ e pensieri, a sentirsi chiamato in causa per un minimo passaggio in un’azione tanto, ma tanto più grande. Chissà come ci si sente a doversi difendere, di nuovo: perché il cielo limpido, anche quello più azzurro, in fondo nasconde sempre le nuvole degli invidiosi. E quando si scatenano, la tempesta è inevitabile.

DIGNITÀ

Dalla mini-conferenza di Andrea Agnelli vanno estrapolati due frammenti: lo sguardo, in primis. E poi la fermezza nella sua lettura, come scandisce i termini più importanti. Fiducia, difesa, crescita: a mo’ di mantra, come una semplice lista delle cose da fare. Una roba che altri non coglieranno mai in toto. Perché se continui a pensare al domani, anche quando l’oggi ti ha colpito alle spalle, vuol dire che sei certo di due cose: la tua innocenza e la loro malafede.

Sono una sfida continua allo sfidante, quei quattro minuti di pensieri. Un duello rusticano con odio e senza senso, un guanto raccolto quando si pensava di gestire soltanto parole e parolai. E non c’è timore: c’è incazzatura, forte ma ben indirizzata. E ci sono gli occhi: attenti, aperti, con un orgoglio dentro da riempire ogni singolo centimetro di quella sala stampa. No, stavolta tirarsi indietro non è un’opzione contemplabile. Stavolta quel nome non verrà infangato: gli avversari, così come in campo, saranno asfaltati. Perché la Juve sarà enorme, come la dignità del proprio presidente.

INDIETRO, O FORSE MAI AVANTI

Metterci la faccia, farlo subito, senza aspettare risposte o chiarimenti: anche questo è un gesto che va oltre il semplice senso di responsabilità. È amare alla follia la propria creatura, quasi sacrificarsi davanti alle sue difficoltà. E poi schiantare ogni minimo dubbio, ogni fugace illazione che, comunque vada a finire, in qualche spiffero si è già fatta verbo. Esagerando, ovviamente: perché le sentenze mai dichiarate e le mezze verità sono il pane quotidiano di questa giustizia e della chiacchiera post caffè. Ecco: sembra d’esser tornati indietro col tempo. O peggio: sembra che il tempo non sia mai passato. Che le colpe – presunte – non siano neanche state espiate. Che la Juve, nonostante tanti punti interrogativi, debba sempre divincolarsi dal banco degli imputati. 

La risposta dei bianconeri sta tutta in quei quattro minuti di parole, immagini e silenzi assordanti.
Andrea Agnelli, forse qui l’han capito come ci si sente: accerchiati, ma invincibili. E colmi, strapieni, di una dignità che si matura con vittorie e ferite. Un’altra si sta lentamente aprendo, ma non brucia per niente: fiducia, difesa e crescita, le sue parole, l’hanno già risanata. Pensare al futuro è il miglior modo di rispondere a chi trascina nel baratro del presente.

Ci si vede lì, come sempre. Tra scartoffie e trofei, orgoglio e passione. Con un’altra battaglia alle porte. E con nessuna pietà.

Cristiano Corbo

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