Dalle critiche per l’esclusione di Baggio a quelle di Pavoletti e Belotti. Il Medioevo del calcio italiano continua

Un tempo fu la mancata convocazione di Baggio a muovere una buona dose di critiche e proteste nei confronti del c.t. Giovanni Trapattoni. Era l’anno dei Mondiali in Sol Levante, peraltro mai disputati in Asia, ed anche la prima volta in cui due Paesi si sono spartiti l’organizzazione di un avvenimento così importante. Ad ogni modo, per tutti gli italiani, Giappone e Corea 2002 sarà ricordato soprattutto a causa di Byron Moreno, anche se questa è un’altra storia.

PAVOLETTI, EMBLEMA DI RIFLESSIONE – A poco più di due settimane dall’inizio dell’Europeo francese, infatti, Antonio Conte, proprio come Trapattoni all’epoca, è finito nell’occhio del ciclone per via delle scelte operate nel diramare la lista dei pre-convocati. Altri tempi rispetto a 14 anni fa, altri giocatori e forse anche altro calcio. Ma soprattutto ben altra qualità a disposizione del tecnico azzurro rispetto al passato. Lo testimonia la vibrante protesta partita un po’ da tutto lo Stivale a causa della mancata convocazione di Leonardo Pavoletti. Per carità, l’attaccante del Genoa probabilmente avrebbe anche meritato la chiamata del c.t., non fosse altro che per i 14 sigilli messi a segno in campionato – fra l’altro senza battere calci di rigore – e nonostante gli acciacchi fisici patiti nel corso della stagione. Tuttavia, l’indignazione generale adesso rischia di diventare l’emblema di una riflessione più accurata, che già sovviene alla lettura dei 30 selezionati dal c.t. azzurro. Manca la qualità, manca tremendamente.

Banner-Editoriale-Rocco-CreaLA QUALITA’ CHE NON C’E’ PIU’ – E pensare che sino a pochi anni fa, una delle icone del calcio italiano di tutti i tempi come Roberto Baggio veniva messo in discussione e persino lasciato a casa. Nonostante un recupero pazzesco dall’ennesimo infortunio al ginocchio, nonostante avesse salvato per la seconda volta consecutiva il Brescia dalla Serie B. Nonostante venisse già considerato da molti il calciatore italiano più forte di tutti i tempi. Tuttavia, ragioni anagrafiche a parte, è pur vero che al tempo il panorama calcistico nazionale pullulava di talenti, di giocatori dotati di genio, di estro, di fantasia. Calciatori in grado di reggere il peso delle competizioni più importanti, di prendersi le proprie responsabilità e di decidere le partite con giocate da campioni. Al tempo c’erano Francesco Totti e Alessandro Del Piero, qualche anno prima i vari Enrico Chiesa e Beppe Signori. Tutti calciatori simbolo nelle rispettive squadre, numeri 10 di spessore e campioni perfettamente in grado di indossare la maglia da titolare in Nazionale, ma costretti spesso alla panchina dalla concorrenza o, nel peggiore dei casi, persino ad essere esclusi. Troppa scelta si dirà, a tal punto che bisognava effettuare dolorosi tagli come se il tutto non fosse che un film composto da scene bellissime, che però lo renderebbero infinito. Gente che, per intenderci, nel calcio odierno non conosce eredi. Non ancora perlomeno.

Graziano PellèIL MEDIOEVO CONTINUA – E la Nazionale di Conte, al di là delle scelte effettuate, rischia di trovarsi senza un faro nell’intreccio caotico del centrocampo (un nuovo Pirlo non nascerà prima di un secolo), ma anche senza fantasia lì davanti, dove troppo spesso occorre il colpo di genio per risolvere gare complicate, rese tali da difese sempre più organizzate, arcigne e preparate tatticamente. A volte sembra che il meglio del nostro calcio sia già stato offerto e visto. Divorato tutto in un boccone manco fosse una succulenta bistecca, come se gli italiani avessero scelto avidamente di non aspettare, di non dilazionare il talento ammirato sino a non molti anni fa. Ci si dimentichi della Nazionale di Boninsegna, Mazzola e Rivera, o di quella piena zeppa di astri di fantasia arrivata seconda ad Usa ’94, e naturalmente anche di quella solida e granitica campione a Berlino 2006. Adesso il gioco espresso dalla Nazionale è stato tramutato in assenza di grazia, di imprevedibilità, consumato nell’anonimato di uno spartito piatto e privo di ritmo. Con qualche brivido regalato dalle ripartenze, da buona provinciale internazionale. Il Medioevo del calcio nostrano è già iniziato da un pezzo, si è impadronito della Serie A favorito da infinite sfaccettature, prima fra tutte la corsa affannosa alla diligenza tattica, divenuta imprescindibile, dei calciatori sino ai compiti asfissianti di copertura e la cura convinta dell’aspetto atletico più di quello tecnico. Ed è proprio in questo contesto che le premesse di una nuova avventura come Euro 2016, c’è da ammetterlo, sembrano oggi tutt’altro che incoraggianti al fine di ritrovare la luce in fondo al tunnel.

 

 

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