Leicester: è favola e realtà. Ma la storia del calcio è categorica…

Sembra passata un’eternità, ma lo scorso 8 agosto il miracolo sembrava essere un altro: avere altre 38 giornate di Premier League da affrontare, poi si vedrà. Già, perché in Inghilterra qualcuno aveva già spedito i Foxes in Championship dopo l’esonero di Nigel Pearson. Leggere quel “sacked” accanto al nome di chi aveva condotto la squadra a una salvezza insperata aveva il sapore di un sacrilegio, anche se il soggetto in questione all’esonero ci era già andato vicinissimo per fatti non proprio onorevoli. E invece no: Ranieri ha saputo costruire una squadra basandosi sulla voglia di riscatto di un gruppo che fino a quel momento, proprio come il suo condottiero, aveva raccolto molto meno di quanto avrebbe meritato. Dai gol di Vardy, l’operaio che non ha mai smesso di sognare un grande, a quelli di Ulloa, fondamentali tanto per la precedente salvezza quanto per tappare il buco dovuto alla squalifica di Jamie; dalla rivincita di Mahrez, che sarà sì ancora il “magrolino”, ma adesso può godersi il titolo di miglior giocatore dell’anno del campionato, a Schmeichel, che finalmente non dovrà più fare i conti con uno dei cognomi più scomodi per essere “figlio di…” e giocare in porta, perché nella leggenda ci è entrato di diritto. Solo che un conto è farlo col Manchester United, come ha fatto papà Peter, un altro è farlo con i Foxes. Questo Leicester ci insegna che i sogni, in certi casi, possono diventare realtà.

In tempi recenti, però, è stata ripetuta troppo spesso una frase: “In Inghilterra queste favole possono accadere, in Italia no”, cercando di far passare per verità una sentenza del tutto lontana dagli scenari a cui sono abituati i sudditi di Her Majesty. Delle 24 edizioni della Premier League, infatti, ben 15 sono finite a Manchester, di cui 13 sulla sponda United e soltanto due per i citizens, quattro sono state messe in bacheca dal Chelsea e tre dall’Arsenal. Le uniche due eccezioni, infatti, sono rappresentate dai Foxes, appunto, e dal mitico Blackburn di Alan Shearer, che ha diviso in due coppie da due titoli il dominio della Manchester rossa d’inizio anni 90.

La cosa non cambia molto in Germania: la Bundesliga è stata istituita nel 1963 e, dei 53 trofei messi in palio da allora, 25 hanno trovato la loro collocazione definitiva nella bacheca societaria del Bayern Monaco e, se si escludono le prime cinque edizioni, che hanno avuto tutte un vincitore diverso, al titolo si sono alternate soltanto otto squadre: negli anni ’70 è stata praticamente una lotta a due tra Borussia Moenchengaldbach e Bayern Monaco, mentre, fatta eccezione per il periodo a cavallo tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, in cui si è affermato l’Amburgo, il dominio dei bavaresi è stato intervallato soltanto da casi sporadici, come la vittoria del Wolfsburg nella stagione 2008-09, il Werder Brema nella 2003-04 o ancora il biennio giallonero del Borussia Dortmund targato Klopp.

E in Spagna? Dal 1928 ad oggi 42 titoli sono finiti nella Castiglia, di cui 32 sono stati vinti dal Real Madrid e 10 dall’Atletico, 23 li ha vinti il Barcellona, 10 hanno preso la via Basca – otto trofei sono stati alzati al cielo dall’Athletic e due dalla Real Sociedad -, sei se li è aggiudicati il Valencia, mentre Siviglia, Betis e Deportivo la Coruna ne hanno vinto uno a testa. Insomma, anche qui il monopolio è diviso tra la Castiglia e la Catalogna.

Anche all’estero, quindi, casi come quelli del Leicester, del Blackburn o del Wolfsburg, rappresentano un’eccezione alla regola del più forte. E l’eccezione, per quanto possa essere romantica, affascinante, avvincente, resta sempre tale, con buona pace di chi, tra le ipotesi selezionabili in un sondaggio che come domanda ha “cosa servirebbe per avere una favola come quella del Leicester anche in Italia?“, inserisce “iscrivere la Juventus a un campionato estero”.

Per avere un costante ricambio ai vertici, quindi, servirebbe livellare – verso l’alto, possibilmente –  il sistema in modo tale da consentire a tutti di poter disporre delle stesse risorse, inserendo salari minimi e massimi, proprio come accade in America o Australia, dove in alcuni campionati, anche di sport diversi dal calcio, esistono addirittura salari riguardanti la spesa massima possibile per un solo giocatore. Ma in Europa, in un momento in cui, duole dirlo, lo sport è anche – o forse soprattutto – business, siamo pronti a una rivoluzione del genere? E come la prenderebbero i tifosi? Siamo davvero sicuri che ci sia in giro una maturità tale da poter apprezzare ogni anno una “favola” del genere? Ai posteri, se mai dovesse crearsi l’occasione giusta, l’ardua sentenza. Nel frattempo, la nostra risposta a questi interrogativi potete facilmente immaginarla.

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