Quando la realtà supera i sogni: la nascita della leggenda di Ale

Quando la realtà supera i sogni: la nascita della leggenda di Ale


Tutto iniziò così, con un tema alle scuole elementari. “Cosa vuoi fare da grande?” è una domanda che il protagonista della storia che stiamo per raccontarvi si è posto molte volte, e la risposta è sempre stata la seguente: fare il calciatore. Ale, però, non ebbe il coraggio di scriverlo, perché per lui il calcio era al massimo un gioco, una passione, di certo non un lavoro. Di solito, quando ai bambini si chiede una cosa del genere, le risposte tipiche sono più o meno queste, in ordine sparso: il calciatore, l’astronauta, il lavoro di mio papà. E anche il piccolo Alessandro non fa eccezione a questa regola, e decide di scrivere di voler fare l’elettricista, proprio come suo papà, reperibile anche nelle notti di tormenta per ridare luce al paese. Alternative: il cuoco, perché mangiare è tuttora una delle sue più grandi passioni, o il camionista, per il fascino dei lunghi viaggi. In realtà Ale il mondo lo girerà per intero, o poco ci manca: India, Australia, Stati Uniti, Spagna, Germania, Brasile – nelle insolite vesti di commentatore – e Giappone sono solo alcuni dei paesi, tutti diversissimi tra loro, in cui ha lasciato il segno, ma per ora preferiamo restare nei confini della piccola città di San Vendemiano.

Il pallone, però, è un punto fisso di Ale, che trascorreva gran parte del suo tempo a giocare a calcio con gli amici oppure a giocare in casa con una pallina da tennis, immaginando di scambiare la palla con Scirea, Platini, Cabrini e gli altri campioni che indossavano la maglia della Juventus. Una delle azioni classiche delle sue partite immaginarie è più o meno questa: Tardelli recupera il pallone, Platini lancia Del Piero sulla sinistra che si accentra, mette a sedere il difensore avversario e dipinge una traiettoria che va a stamparsi nel sette, in quel caso rappresentato dall’incrocio tra una gamba ed il piano orizzontale di una sedia. Vi ricorda qualcosa un’azione simile? Senza dubbio sì, perché la rivedremo tante, tantissime volte, sui campi da calcio, a partire da quella notte al Westfalenstadion, nel 1995, quando Ale fece conoscere al mondo intero un modo tutto personale di mandare la palla alle spalle del portiere, che lo contraddistinguerà per l’intera carriera: il gol alla Del Piero.

Col passare degli anni, mamma Bruna e papà Gino, che nel frattempo aveva montato un impianto di illuminazione nel campetto vicino casa per consentire ai ragazzi di giocare anche al calar del sole, lo portarono a giocare al campo parrocchiale di San Vendemiano, dove il parroco svolgeva anche il ruolo di presidente della squadra. Il patto, però, era che rispettasse una condizione imprescindibile: doveva giocare in porta per non rischiare di sudare troppo e quindi ammalarsi. Alessandro, però, non era fatto per stare tra i pali: nel sangue aveva la classe del numero 10, voleva segnare e far segnare.

La prima svolta della sua carriera arriva in un pomeriggio d’autunno: Ale è poco più che ragazzino, ha 13-14 anni, e si appresta a giocare un’amichevole con l’Ossavo. Quella partita, lo sanno tutti, non è uguale alle altre: in tribuna siede Vittorio Scantamburlo, osservatore di fiducia del Padova. Ocio bòn, come lo chiamavano tutti, aveva una particolare abitudine: quella di mettere una serie di crocette rosse accanto al nome dei ragazzi, fedelmente appuntato sull’agenda insieme alla data di nascita, per evidenziare i talenti che l’avevano maggiormente impressionato. Alessandro mette in mostra colpi da fuoriclasse vero, Ocio Bon lo guarda, ne rimane estasiato, pensa immediatamente: “crocetta”. Già, ma quante? Una? No, decisamente troppo poco. Due? Ancora non ci siamo, ‘sto qui farà strada. Tre crocette rosse: quel bocia ha la stoffa del fuoriclasse.

Ovviamente il Padova decide di puntare su quel ragazzino: il fisico è un po’ esilino, ma la stoffa del campione c’è. In abbondanza. A soli 17 anni fa il suo esordio con la maglia del Padova, prendendo il posto di Putelli in una sfida con il Messina. La leggenda è cominciata proprio in quell’istante.

Non vogliamo addentrarci nei dettagli tecnici, sarebbe impossibile delineare le innumerevoli sfumature di un campione come Ale, citare tutti i numeri della sua carriera alla Juventus sarebbe superfluo, è stato palesemente il giocatore più incisivo della storia bianconera, ma c’è una cosa in particolare che ha sempre distinto Ale da tutti gli altri campioni che hanno indossato questa maglia: il legame forte, indissolubile, ineguagliabile che è riuscito a creare con chi l’ha amato e che, inevitabilmente, per sempre lo porterà nel cuore. Perché sia chiara una cosa: io di te non mi stanco, sono sempre al tuo fianco, sei la cosa più bella che c’è!

Corrado Parlati (@Corrado_Parlati)

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