Il mito dell'Anzlein e dello squadrone che tremare il mondo fece

Il mito dell’Anzlein e dello squadrone che tremare il mondo fece


Una storia d’altri tempi, di quando il mondo del football era mosso principalmente dall’amore di chi lo viveva quotidianamente in prima persona e dei vari appassionati che intorno ad esso vi gravitavano. Questa è la storia di Angelo Schiavio, detto l’Anzlein, e del suo Bologna che tremare il mondo fece.
GLI INIZI – Angiolino Schiavio nasce a Bologna nel 1905, appena un anno dopo l’arrivo della famiglia Schiavo-Stoppani, originaria di Como, nel capoluogo emiliano, dove avevano aperto un’azienda di abbigliamento all’angolo tra via dè Toschi e via Clavature. Angelo si avvicina al mondo del calcio in tenerissima età, fin dal momento del primo boom sportivo italiano che portò a 51 il numero di club professionisti sparsi in giro per la penisola, ma dopo una breve parentesi tra le fila delle juniores felsinee, decide di abbandonare il calcio per completare gli studi. Ottenuta la licenza tecnica nel 1920, quando ancora non era stata varata la riforma Gentile, Angelo sceglie di iscriversi alla scuola di rango superiore per frequentare il ramo ragioneria, salvo poi lasciare gli studi per iniziare a lavorare in pianta stabile in via De’ Toschi. Il foot-ball, però, era la sua vera passione, tant’è che il pallone, come gli diceva qualcuno, lo mangiava e, dopo una brevissima parentesi tra le fila della Fortitudo, torna tra i boys felsinei. In quel periodo, il presidente Cesare Medica, da poco insediatosi alla guida del club al posto di Rodolfo Minelli, aveva preso una decisione di fondamentale importanza per le sorti della sua squadra: affidare la panchina ad un allenatore professionista, per mettersi al pari con gli avversari. La scelta finale cadde su un uomo dalla stazza imponente, laureato in giurisprudenza e dotato di una spiccata personalità, oltre che di una competenza calcistica fuori dal comune: Hermann Felsner. Sarà proprio l’Umazz, come lo chiamavano affettuosamente sotto i porticati di Piazza Grande, a credere nella nidiata di talenti felsinei e a lanciare in prima squadra Angiolino: correva il 1922, anno in cui si tenne la Marcia su Roma, e in Italia, nel periodo natalizio, arrivarono a Bologna in tuornèe due delle squadre danubiane più forti di sempre: il Weiner e l’Ujpest. La prima partita, disputatasi contro gli austriaci, si concluse con il risultato di 1-0 in favore dei padroni di casa e vide Schiavio rendersi protagonista di un’ottima prestazione, che gli valse la conferma nella seconda gara amichevole, visti anche i numerosi infortuni dei suoi colleghi di reparto. La partita con l’Ujpest si concluse con il risultato di 1-0 e a segnare fu proprio Schiavio, servito in area da Pozzi. Il Bologna batte due delle squadre più forti dell’epoca, l’Anzlein segna la sua prima rete in rossoblu, ma tenetevi forte: la leggenda è soltanto al capitolo iniziale.

L’ESORDIO IN CAMPIONATO: L’ANZLEIN SFIDA LA VECCHIA SIGNORA – Dopo le ottime impressioni destate in amichevole, era finalmente giunto il momento di lanciare definitivamente il ragazzo anche in campionato: è 28 gennaio 1923, siamo allo Stadio Sterlino, e l’ospite d’onore della domenica è la Juventus, che di lì a poco sarebbe passata nelle mani della famiglia Agnelli. Felsner decide di schierare Gianese, Rossi, Baldi, Genovese, Rubini, Perin, Della Valle, Pozzi, Micheli, Spadone e, appunto, Schiavio. La partita finisce 4-1 in favore dei padroni di casa, Angiolino non andrà in gol, ma difatti ha messo piede in campo per non abbandonarlo mai più. La sua stella ha iniziato a brillare, e il bagliore emesso tenderà ad aumentare sempre di più.

LE VITTORIE E I RECORD – Il suo palmares parla chiaro: 242 gol messi a segno in 348 partite, quattro scudetti vinti e due finali di Lega Nord raggiunte, un titolo di capocannoniere della Serie A, ma soprattutto due Coppe Mitropa, che hanno consentito al Bologna di essere la prima squadra italiana ad aggiudicarsi un trofeo internazionale e rivincerlo dopo pochissimo tempo. Era infatti nato il mito dello “squadrone che tremare il mondo fa“. Già, peccato che a quella competizione non hanno mai preso parte gli inglesi, che in quel periodo hanno sempre preferito non prendere parte a tal genere di manifestazioni perchè, in qualità di inventori del football, si ritenevano troppo superiori ai mitteleuropei per poter prender parte a competizioni del genere. Ma per far tremare il mondo intero ci sarà presto l’occasione.

SCHIAVIO PORTA L’ITALIA SUL TETTO DEL MONDO – Nel 1934, l’Italia ospita i mondiali di calcio dopo il forfait di quattro anni prima, dovuto ai costi eccessivi di viaggio per raggiungere l’Uruguay. Gli azzurri arrivano in finale e affrontano la Cecoslovacchia, che si porta in vantaggio a quattordici minuti dal termine. I giochi sembrano chiusi, ma Vittorio Pozzo decide di spostare Guaita al centro e Schiavio all’esterno. Dopo soli quattro minuti arriva il pareggio di Orsi, proprio su assist di Guaita. Si va ai supplementari. L’Anzlein non ne ha più, ha la “catena scesa” come si dice a Bologna, a causa di un problema fisico accusato nel corso del match. Chiariamoci: se la finale si fosse giocata oggi, l’Anzlein avrebbe abbandonato il campo. E non avrebbe mai portato l’Italia sul tetto del mondo, perchè sarà proprio lui a segnare il gol decisivo per la vittoria del mondiale. Da quel giorno, ogni volta in cui passerà sotto i porticati di Piazza Maggiore per raggiungere via de’ Toschi, sarà chiamato a raccontare ai passanti i particolari di quei momenti, creando intorno a sè gruppi di persone sempre più folti. Inoltre, si narra che, sempre in quel periodo, il presidente dell’Inter avesse intenzione di ricostruire l’attacco della nazionale campione del mondo e, quindi, di tesserare Schiavio. Il mito dice che la proposta fu da capogiro, ma la risposta dell’Anzlein fu secca: grazie, ma voglio continuare a giocare, vivere e lavorare tra la mia gente e chiudere qui la carriera.

TROFEO DELL’ESPOSIZIONE: L’ULTIMO TRIONFO – Nel 1937, in occasione dell’Esposizione Internazionale Arts et Techniques dans la Vie moderne , a Parigi si tenne un trofeo internazionale che aveva il sapore di una Coppa dei Campioni. Invitate a partecipare furono il Bologna, campione d’Italia in carica, Marsiglia e Sochaux, vincitori di campionato e coppa di Francia, Austria Vienna, Lipsia, Sparta Praga, Phobus Budapest e il Chelsea, che aveva terminato con un tredicesimo posto la stagione in Premier Division. Già, avete letto bene: il Chelsea. E infatti questo trofeo passerà alla storia per essere stato il primo trofeo internazionale a cui gli inglesi hanno deciso di prendere parte, seppur con una formazione di non primissimo livello. Il Bologna si sbarazza facilmente del Sochaux ai quarti di finale con un secco 4-1 – in gol anche Schiavio -, il Chelsea supera questa battendo il Marsiglia grazie al “sorteggio”, mentre in semifinale il Chelsea e il Bologna battono con il risultato di 2-0 rispettivamente l’Austria Vienna e lo Slavia Praga. La finale, quindi, è tra italiani ed inglesi. Come da tradizione in campo internazionale, noi siamo quelli che la stampa spesso definisce come “senza alcuna speranza di vittoria”, che dovrebbero pensare prima a non prenderle e poi a darle, se proprio fosse il caso, ma al primo tempo la partita è già sul risultato di 3-0 in favore dei rossoblu grazie a due gol di Reguzzoni ed uno di Busoni, mentre nel secondo tempo ancora Reguzzoni e Weawer fissano il risultato sul 4-1. Il calcio italiano si è dimostrato ancora una volta il più efficace anche in campo internazionale, tanto devastante in attacco quanto insormontabile in difesa. E la squadra che tremare il mondo fa, questa volta, ha fatto tremare davvero tutti. Inglesi compresi.

Corrado Parlati