Quel gol al Frosinone, quel dieci sulle spalle: quando Del Piero seppe trovare un po’ di Paradiso nell’inferno

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Forse è una reazione automatica, un po’ come chiedere un bicchiere d’acqua con il caffè. Forse è semplicemente la parte più infame della nostalgia, quella che s’attacca al minimo appiglio e tiene saldamente in mano i ricordi. O forse è soltanto il mito che non può non rivivere. Specialmente quando in campo ci sono Juve e Frosinone, soprattutto pensando a quando, all’Olimpico di Torino, appena nove anni fa, la storia del calcio volle consegnare ad Alessandro Del Piero uno scettro tanto prestigioso quanto paradossale: duecento gol in bianconero ed una Serie B tutta da risalire.

Ventisei ottobre 2006. E pensare che quel giorno era pure triste, Ale: Deschamps gli aveva preferito un Bojinov cattivo e voglioso, lui s’era seduto in panchina come sempre senza fiatare. Messo lì, in attesa. Tremendamente impotente nel guardare gli altri alle prese col muro giallo del Frosinone, aspettando il suo turno come si fa alla posta: seduto, incazzato, pensando che, in quei minuti gettati al vento, avrebbe potuto spaccare il mondo.

Lo sguardo era emblematicamente basso, gli occhi fissi sulla zip della felpa che fa su e giù con fare nervoso. In fondo, in quel mezzo sorriso c’era tutta la luna storta della Juventus: perché l’amarezza di certi palcoscenici continuava a dilaniare un orgoglio costruito a suon di vittorie. E perché l’atmosfera di periferia era ancora in una fase di nasi storti e recriminazioni tanto accorate quanto vane.

Ale però si scaldava, a tutto il resto non aveva tempo e voglia di pensarci. E poi osservava, scrutava, scaricava la tensione raccogliendo gli applausi del pubblico in attesa di vederlo all’opera. Il sorriso tirato diventava ghigno di concentrazione. E gli occhi al cielo una sorta di preghiera pagana: lì erano tutti per lui, per quel gol che sembrava stregato, per quell’occhiolino dato in fretta al magazziniere ogniqualvolta il brivido della storia sembrava lo raggiungesse.

Ecco: Del Piero era ed è un perfezionista. Ed aveva già progettato tutto: non perché fosse sicuro di segnare, ma perché voleva farlo ad ogni costo. Lì, a Torino. Contro il Frosinone. Davanti al suo pubblico. Davanti a chi era sceso con lui all’inferno. E davanti a chi lo aveva messo in disparte troppo presto. Ale che voleva trascinare la Juve come la Juve aveva trascinato Ale.

Ale che ci riesce, che raccoglie un palo clamoroso di Nedved dopo l’uscita sbilenca di Zappino. Ale che calcia di destro, senza pensarci, raccogliendo il tocco innocuo di Trezeguet. Ale che segna, facendo passare la palla tra due difensori. Ale che tira fuori la lingua, che ha il cuore in gola. Che abbatte il Frosinone e rilancia una Juventus mai più fermatasi da quel preciso istante.
Ale che ne fa duecento. Tutti con la stessa maglia. Tutti da ‘Ale’. Che non ha più quello sguardo a metà, né quel sorriso tirato. È solo orgoglioso. “Solo Juve”, solo lui.
Ale che manca. Immensamente.

Ale che non sarà in campo nel prossimo incontro, ma ci sarà la Juve. Ora diversa, organizzata, nuovamente prima della classe. Però con le scorie di quell’anno perennemente dentro. Non da eliminare, bensì da conservare: come una cicatrice che mostri senza timore. Come quel sorriso di Del Piero: prima incazzato, poi orgoglioso. Infine gioioso, per ben duecento(ottantanove) volte.

Cristiano Corbo

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