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Editoriale

Quella di Barcellona è la lezione perfetta, a patto che si cresca davvero

È una cazzata. Quella degli ‘schiaffi che non fanno male, ma crescere’: ecco, è solamente una cazzata. Perché se non soffri, se non ti lecchi le ferite, non hai motivo di guardare il mondo da un’altra prospettiva. Anzi: hai pure l’indole naturale a continuare per la tua strada, a non sentire la paura. A ritenerti migliore pure della sfortuna. Che c’è stata, per carità: ma resta una piccola percentuale in un mare di altre cazzate.

Barcellona serve un antipasto di quella che può essere la stagione appena iniziata. Che può essere. Che verosimilmente non sarà: a patto che dal Camp Nou si esca con un bagaglio di certezze, nonostante i dubbi dei novanta minuti.

IN TEMPESTA

Punto primo: sterilità offensiva. Punto secondo: sterilità difensiva. Se il centrocampo giochicchia, è perché non può far altro: davanti ha mostri sacri che nel tempo libero hanno anche licenza di spaventare il prossimo. E vai a reggerlo, il ritmo di Iniesta: macché finito. E vai a raddoppiare sugli inserimenti di Rakitic, sull’intelligenza di Busquets. Nella tempesta della mediana era quasi scontato che la barca della Juventus quantomeno vacillasse: poteva affondare stile Titanic, invece per lunghi tratti sembrava tenersi a galla. Quando c’era da issare le vele e viaggiare in contropiede, è però venuto meno il vento di Dybala. E s’è sentita tutta la pesantezza di Higuain. E tutta la timidezza di Douglas Costa.

Il mare blaugrana non ha aiutato: ha sempre e solo macinato onde altissime. E fortissime. Del resto, con Leo Messi in serata di grazia il destino ti dà due opportunità: andare di bandiera bianca o tentare qualche vano richiamo divino, magari appellandoti ad uno scorcio di talento che anche nelle notti più buie sa illuminarsi. No, niente: è che non esistono tempeste con il sole alto nel cielo.

MATITE BLU E ROSSE

È la spocchia a dar fastidio. E peggio è stato scoprirsi di averne e di averne inconsapevolmente. Il modo di giocare non è tuttavia un vestito: quello puoi toglierlo, indossare altro e ricominciare da zero. Zero come le occasioni sfruttate, nonostante qualche contropiede ben costruito; zero come i motivi per promuovere questo Paulo Dybala. Per sempre chiamato alla sfida del dieci, spesso risoluto nel restarne ai margini.

Matite blu e rosse, errori gravi e meno gravi: non tanto – o almeno non in modo particolare – sul rettangolo di gioco. È il limite caratteriale a distribuire imperiture ansie. Più o meno giustificate se si parla di inconcludenza offensiva; tremendamente comprensibili se si va ad analizzare la difesa: non è più la Vecchia, solida Signora. È solo una provocatrice che ha da aggiustare il proprio destino. E il proprio assetto centrale.

SI CRESCE IN QUESTO MODO

“C’è tempo per recuperare”. Lo recita Allegri col volto disteso, sereno. Come se il risultato di questa partita non pesasse affatto: razionalmente ha quasi ragione. Di pancia, il vero insegnamento da trarre è uno solo: tenersi lì, nella gara, nella sfida, nella lotta perenne su tutti i palloni e contro questi extraterrestri. Tenersi dentro con la testa. E non gettarsi mai, mai in questo modo: altrimenti l’ultimo ostacolo potrà cambiare mille volte forma (ma mai sostanza) e non una volta la Juventus riuscirà ad aggirarlo.

Dunque, protocollo per smaltire certe sbornie di delusione: guardarsi negli occhi, tornare a correre, misurarsi il coraggio. Se non è una squadra bella, non vuol dire che non possa essere vincente. Sarà tempo di cambiarne i connotati. Di renderla arcigna, magari. E di farsi scudo con la propria corazza, quella forgiata nelle notti europee e di delusioni. Come Barcellona: la lezione perfetta a patto che si cresca. A patto che si cambi. Dentro e fuori dal campo.

Cristiano Corbo

 

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