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Luca Clemenza: la storia del ’10’ della Primavera bianconera

Cittiglio è un comune di circa 4.000 abitanti, in provincia di Varese. È un posto tranquillo, caratteristico, famoso soprattutto per le sue cascate, che rimangono impresse nel cuore di chiunque le visiti. Qui, il 9 luglio 1997 è nato Luca Clemenza. A chiunque mastichi un minimo di calcio giovanile, questo nome non può non dire qualcosa, ma per chi non lo conoscesse, anticipiamo il finale della nostra storia. Clemenza è il numero 10 della Primavera della Juventus, uno dei prospetti più interessanti del panorama calcistico nostrano. E questa è la sua storia.

A quattro anni, con la famiglia, lascia Cittiglio e si trasferisce ad Altissimo, in provincia di Vicenza. Il ragazzo verrà sempre ricordato come originario di Cittiglio, ma in realtà è in questo paesino di 2.000 anime, posto a circa 700 metri sul livello del mare, che cresce e si avvicina al calcio. Quello che sarà il suo grande amore. Inizia ad avere un pallone tra i piedi quando ancora quest’ultimo lo supera per dimensioni; quel piede sinistro, probabilmente, pretendeva di entrare a contatto con una sfera.

A 5 anni entra a far parte della sua prima squadra, il Crespadoro, dove rimane per tre anni, quando passa all’Arzignano, realtà un po’ più grande e dove, quindi, comincia a temprarsi anche il carattere. La prima vera svolta arriva, però, al secondo anno con l’Arzignano, quando lo preleva il Montecchio Maggiore, scuola d’eccellenza a livello giovanile in provincia di Vicenza. Qui arriva il primo vero banco di prova per il Clemenza calciatore. Il Montecchio, infatti, è una società che fa selezione, che sceglie i migliori e di conseguenza Luca si trova a confrontarsi con altri ragazzi sopra la media. Ora non è più il migliore, ma uno dei più bravi. E per un bambino può essere un cambio di prospettiva difficile da digerire.

Clemenza, però, aveva la mentalità giusta, come ci ha raccontato il suo allenatore dell’epoca, Andrea Garbin: “Oltre che per le indiscusse doti tecniche, il ragazzo mi colpì per il suo carattere. Parlava poco ed era sempre a totale disposizione mia e della squadra. Era evidente che avesse qualità fuori dal comune, ma ciononostante si metteva assolutamente al livello dei compagni e non cercava di eccellere, ma di aiutare la squadra. Non sono cose comuni in un bambino così piccolo”. Il Clemenza raccontato da Garbin, infatti, aveva undici anni. Il giocatore che conosciamo oggi, ha le sue radici proprio in quel Montecchio, dove il suo tecnico lo plasmò: “Quando arrivano qui, i ragazzi non hanno ancora un ruolo definito. Luca nelle sue precedenti società faceva tutto perché era il più bravo: io lo misi dietro la punta e gli diedi il 10. Giocavamo a sette e per me, viste le sue caratteristiche, quello era il suo ruolo”. Ci aveva visto decisamente giusto.

Nei due anni a Montecchio Clemenza cresce e incanta, tanto da diventare imprescindibile e collezionare fiumi di riconoscimenti personali. Gioca con i classe ’96, ma nelle gare importanti, anche con i suoi coetanei del ’97. In pratica, gioca sempre. Qui lui e la sua famiglia compiono enormi sacrifici: rinunce e sforzi fatti solo per amore del calcio e per inseguire un sogno. Poi, come succede per tanti giocatori della società, attira l’attenzione delle realtà più importanti della zona. Nel caso specifico il Vicenza, che si convince delle sue qualità e lo preleva, facendogli fare un altro piccolo passo verso quello che, progressivamente, stava diventando il suo obiettivo. L’approdo al settore giovanile vicentino è, ovviamente, un passaggio cardine della sua carriera. Si comincia a fare sempre più sul serio.

Al Vicenza trova Paolo Birra, altra figura fondamentale nella sua crescita. Il tecnico, che ha avuto esperienze importanti anche a Padova, tempra soprattutto il carattere di Luca, forse l’aspetto in cui aveva più bisogno di crescere, insieme a quello fisico. “È maturato molto negli anni – ci ha raccontato Birra -. All’inizio tutti ci eravamo accorti delle sue qualità tecniche e di quel sinistro magico, ma con il tempo ha acquisito consapevolezza nei propri mezzi e anche forza fisica. Nell’arco di un anno è cresciuto tantissimo, stupendo davvero tutti”. Davvero tutti, anche la Juventus, che entra per la prima volta nella sua vita.

Clemenza, infatti, non era juventino. Non tifava una squadra, ma semplicemente amava il calcio. La mamma lo spingeva verso il Vicenza, il papà verso il Palermo, i cugini verso il Milan. Era attratto da chi faceva magie con il pallone, da chi, toccando quella sfera, componeva poesia e musica. Roberto Baggio su tutti, ma anche Javier Pastore, giocatore con cui ha in comune un’eleganza fuori dal normale. Il Milan era il club per cui simpatizzava, sì, ma il tifo è altra cosa. Nel suo destino c’era la Juve e il fatto che Garbin e Birra, uomini che lo hanno plasmato, siano entrambi juventini sfegatati, forse, non è una coincidenza.

Ma dicevamo della Juve. C’è un momento preciso in cui la società bianconera ha deciso di sferrare l’attacco decisivo e portare il ragazzo a Torino, strappandolo alla concorrenza (c’era fortissima l’Inter): il trofeo Giampaglia di Livorno. Qui, Clemenza ha mostrato a tutti di cosa era capace. Birra ne parla con entusiasmo e probabilmente non avrebbe potuto trasmettere altro se non quel sentimento, visto che la Juve non ebbe più dubbi dopo quel torneo. Per Clemenza era già pronta una maglia bianconera. E l’ascesa continuava.

L’arrivo alla Juventus, per il ragazzo, è stato quasi surreale. La Juve pareva inarrivabile e invece era pronta ad accoglierlo. Sapeva di entrare nell’élite, sapeva di dover ingoiare qualche boccone amaro, sapeva di trovare agguerrita concorrenza, ma conosceva anche le sue qualità Così, con serietà e umiltà ha messo addosso quella maglia pesantissima e ha iniziato a camminare. Non l’ha più tolta, anzi, l’ha sentita sua gara dopo gara, magia dopo magia, e dopo essere cresciuto alla Juve, provate a chiedergli se ora non è juventino. I suoi maestri sarebbero fieri di lui.

Il primo tecnico che lo accoglie alla Juve, nei Giovanissimi Nazionali, è Claudio Gabetta. Sotto la sua guida, alla prima stagione in bianconero, fa capire che puntare su di lui è stata una mossa molto azzeccata. Segna e fa segnare, incanta e mostra di possedere quello spirito di sacrificio indispensabile nel calcio moderno. Il calcio è un delicato equilibrio in cui oltre al talento, serve anche la capacità di sfruttare al volo le opportunità. E Clemenza non la spreca.

Ci avviciniamo sempre di più alla definitiva trasformazione nel giocatore che tutti conosciamo, ma prima di arrivare alla Primavera di Grosso (e quindi al presente) c’è un altro passaggio. Gli Allievi, sotto la guida di Ivano Della Morte, che è l’altro grande maestro che abbiamo contattato. “Mi aveva colpito subito per il suo talento innato e per le potenzialità che avevo scorto, ma doveva ancora crescere sotto certi aspetti”, ci ha detto l’ex tecnico degli Allievi bianconeri. Nei Giovanissimi faceva l’esterno, ma lui lo riporta sulla trequarti e lo tempra anche dal punto di vista caratteriale. “Lo facevo allenare con i nazionali, ma poi giocava con i regionali (ora rispettivamente Under 17 Serie A e B e Under 17 Lega pro, ndr), perché non lo ritenevo ancora pronto per la categoria. Lui è un ragazzo molto intelligente e ha capito che era tutto fatto per il suo bene, si è messo a disposizione e ne ha beneficiato, come dimostrano i risultati”.

I risultati: incanta con gli Allievi, alla sua seconda stagione segna 17 gol in 25 presenze, tra cui alcune prodezze meravigliose, esordisce in Youth League e poi diviene imprescindibile per la Primavera di Grosso. Eccoci, siamo al presente. Ora Clemenza, il bambino partito da Altissimo, è uno dei giocatori più rappresentativi dell’Under 19 bianconera. Si è inserito lo scorso anno, diventando di fatto trascinatore, e quest’anno ha ripreso dove aveva lasciato. Ha affrontato momenti difficili, deve ancora limare alcuni difetti, ma il percorso intrapreso è quello giusto. La Juve sembrava nel suo destino, il talento è quello dei grandi, il mancino è capace di far innamorare di questo sport. Sognare è lecito.

Ovviamente, nel calcio niente è scontato, ma abbiamo chiesto a Garbin, Birra e Della Morte se pensano che Luca possa continuare la sua ascesa e tutti e tre hanno risposto affermativamente. Servono le giuste circostanze, serve quel briciolo di fortuna dal quale non si può prescindere, ma in coro garantiscono sulla testa del ragazzo, che ha l’umiltà e la cultura del lavoro che spesso a tanti giovani mancano. Le qualità tecniche, poi, non si discutono. Deve solo metter su qualche chilo, e prepararsi all’impatto con un mondo più grande e complicato. A proposito del fisico, Birra dice qualcosa di importante: “Io ho lavorato anche a Padova e ho visto le foto di Del Piero all’età in cui ho allenato Luca. Anche lui fisicamente era indietro, eppure guardate…”. Ogni amante del calcio, ovviamente, spera che abbiano ragione loro, perché un talento così puro merita di arrivare in alto. La nostra storia, quindi, non finisce qui. Si ferma, in attesa che Luca, a suon di magie, le dia un prosieguo ancora più bello.

Edoardo Siddi (@Edosiddi)

This post was last modified on 24 Dicembre 2015 - 09:37

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